Archivi categoria: Ricognizioni

L’invenzione del vero, romanzi antichi e nuovi – R.L. Stevenson: “Il Signore di Ballantrae”

Il 30 Novembre, sant’Andrea, la Scozia celebra il proprio Santo Patrono. Si tratta anche di una sorta di Indipendence Day, in cui il piccolo e glorioso Paese rimarca la propria identità (la Croce di sant’Andrea è la bandiera della Scozia) e il proprio anelito alla libertà. Per ricordare questa terra e questa causa, vogliamo proporre la rilettura di un’opera di uno dei più grandi scrittori scozzesi, Robert Louis Stevenson: The Master of Ballantrae. Forse non è l’opera più famosa dell’autore di Dottor Jekyll e Mister Hyde e dell’Isola del Tesoro, ma è un romanzo di avventura arricchito di profonde analisi psicologiche che è ambientato in uno dei periodi più drammatici della storia scozzese: la perdita – nel corso del XVIII secolo – dell’indipendenza.

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L’invenzione del vero, romanzi antichi e nuovi – Guido Cervo: “I centurioni del Malabar”

Leggo i romanzi di Guido Cervo da molti anni, da quando mi furono consigliati da un amico che non c’è più, il professor Enzo De Canio, intellettuale dalla sterminata cultura. Enzo mi parlò di questo scrittore suo concittadino e collega (Cervo vive e lavora a Bergamo, dove ha svolto la professione di docente di Diritto ed Economia presso le scuole superiori) come di un autore di libri avvincenti, ma allo stesso tempo documentatissimi, esito di ricerche storiche approfondite, che portano alla ricostruzione di affascinanti ambientazioni e scenari, teatro di eventi riguardanti importanti personaggi storici, cui si intrecciano trame nate dalla fantasia dell’autore.

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L’invenzione del vero, romanzi antichi e nuovi – Tolkien: “Il Silmarillion”

Con questo articolo dedicato al Silmarillion, Paolo Gulisano inizia una serie di letture e riletture dedicate al bello scrivere e al bel pensare che diventano grande narrativa. Il Silmarillion di Tolkien, che Gulisano definisce “la storia di tutte le storie”, per il suo respiro epico di romanzo delle origini, è una suggestiva scelta per muovere il primo passo nel nostro itinerario.

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Benvenuti nell’inferno della “Quarta rivoluzione industriale”

C’è una frase che mi tocca ripetere spesso, quando vengo interpellato su quando finirà l’emergenza pandemica e quando si potrà tornare a vivere “come prima”. La risposta che purtroppo devo dare è questa: “nulla sarà più come prima”.

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Percy Shelley, il volto dietro la maschera di Frankenstein

8 Luglio 1822: un naufragio durante una burrasca al largo di Lerici metteva fine alla vita di uno dei grandi protagonisti della prima stagione del Romanticismo: Percy Bysshe Shelley. Il trentenne intellettuale e nobile inglese aveva scelto come sua patria d’adozione l’Italia, e in particolare la Toscana. Si era poi stabilito in Liguria, a Lerici, insieme alla moglie Mary, nata Godwin, figlia di uno dei più importanti esponenti dell’Illuminismo inglese, e autrice del capolavoro Frankenstein, scritto a soli 21 anni. 

Anche Shelley era stato un talento precocissimo, un poeta già celebrato a vent’anni, mentre era studente universitario a Oxford, ateneo dal quale venne espulso per aver scritto un pamphlet dal titolo “Sulla necessità dell’ateismo”; era una provocazione inaccettabile per il tempio massimo della cultura anglicana. Shelley fu nel suo tempo – e anche a venire – descritto come il prototipo del ribelle romantico, anticonformista. Persino il suocero William Godwin, esponente di punta del “progressismo” dell’epoca, si era scandalizzato della disinvoltura con cui Shelley si era separato e aveva poi preso a frequentare sua figlia Mary, poco più che adolescente. In seguito Percy era rimasto vedovo (per il suicidio della prima moglie) e aveva reso Mary una donna rispettabile col matrimonio. 

La vita dei due Shelley non fu facile, anzi la tragicità degli avvenimenti che seguiranno concederanno periodi brevi di felicità, che serviranno solo a rendere ancora più tragica lo loro stessa esistenza, quasi una maledizione per le scelte fatte: per aver disobbedito al padre, per essersi ribellata alle convenzioni sociali, seppur influenzate da un clima di idee liberali, nelle quali era stata cresciuta. Così il senso di colpa provato da Mary aumenterà insieme al disagio della sua nuova, misera condizione. Mary avrà quattro figli, dei quali tre morti ancora bambini. Eppure all’origine di quel libro straordinario che è il Frankenstein, c’era proprio il suo amato Percy, insieme al quale – all’inizio della loro storia d’amore – compiva affascinanti viaggi. Proprio in uno di questi viaggi, in cui essi – completamente senza soldi – venivano ospitati dagli amici, vennero scritte le prime pagine del Frankenstein.

La composizione del romanzo avvenne per un avvenimento casuale. In un pomeriggio d’estate piovoso e freddo, nella Villa Diodati, situata nei pressi del lago di Ginevra a Chapuis, in Svizzera, presa in affitto da Byron per le vacanze estive, nel giugno del 1816 un gruppo di giovani intellettuali formato da George Gordon Byron, John Polidori, l’autore de Il Vampiro, Percy Shelley e Mary, si sfidarono a creare delle storie gotiche. Ogni giorno a Mary veniva chiesto se avesse pensato a qualcosa e ogni giorno la sua risposta negativa aveva un tono mortificato. E Mary rimaneva ore ed ore in silenzio ad ascoltare le conversazioni di Lord Byron e P.B. Shelley sulla filosofia e sul principio della vita umana. 

Proprio lei, cresciuta ed educata dal padre come una vera filosofa, una ‘cinica’, che sapesse dissertare sui campi del sapere, della storia e della politica; lei che aveva viaggiato tanto, lei che aveva sentito declamare dallo stesso Coleridge I versi de The Rime of the Ancient Mariner, lei che aveva passato la sua giovinezza nel confortevole mondo della scrittura, consapevole che l’invenzione non nascesse dal vuoto, ma fosse il continuo formarsi e trasformarsi della materia, adesso sembrava ammutolita. O forse non era proprio così. Forse Mary era all’inizio di una comprensione, in attesa di quell’input, di quell’ispirazione, di quel gesto iniziale che le permettesse di cominciare a plasmare la sua materia. Così Byron e Shelley parlavano dello scienziato italiano Luigi Galvani, del suo De viribus electricitatis in motu musculari commentarius a proposito dei suoi esperimenti sull’applicazione di scariche elettriche sulle rane e delle sue scoperte sul potere dell’elettricità sui corpi inanimati; sulla possibilità, come conseguenza, di mettere insieme organi di cadaveri e conferire loro una nuova energia vitale.

Il dibattito etico che era derivato da questa straordinaria scoperta aveva suscitato molte domande: con non poca ansia e preoccupazione gli intellettuali e gli scienziati del tempo avevano cominciato a chiedersi quale futuro ci sarebbe potuto essere se I morti avessero avuto davvero la possibilità di ritornare in vita, come avrebbero vissuto e quali sarebbero state le conseguenze morali e psicologiche, nel momento in cui si fosse stato messo in pericolo il confine tra la vita e la morte. Inoltre il potere che lo scienziato avrebbe ottenuto da questi esperimenti sembrava farlo diventare sempre più sicuro di sé fino al punto di pensare di poter davvero avere un potere sulla vita e sulla morte. Siamo di fronte a un passo importante nelle relazioni tra medicina, anatomia e scienze. Le dissertazioni che ne seguirono, che si basavano sulla possibilità reale di poter dare nuova vita ai cadaveri, suscitarono grande impressione su Mary Shelley e influenzarono notevolmente la narrazione del momento della creazione del mostro. Quella notte non riuscì a dormire, la sua immaginazione le riempì la mente di incubi: si svegliò terrorizzata, talmente vicino alla realtà gli era apparso quell’incubo. Ma finalmente aveva trovato il protagonista della sua storia .

Nella costruzione del personaggio dello scienziato Victor Frankenstein, la Shelley potrebbe essersi ispirata proprio al marito. La caratterizzazione prometeica di Frankenstein è quella più evidente, già dal sottotitolo del romanzo (il nuovo Prometeo) , ma ci sono altri elementi che conferiscono a questo personaggio le caratteristiche di un eroe degno di essere contemplato tra i personaggi romantici di quel periodo: il suo isolamento, la sua sofferenza, una sorta di autopunizione per poter giustificare le proprie azioni ed elevare la propria anima al di sopra di una natura umana, che comunque non potrebbe capire la grandezza della sua ambizioni. Mary, infatti, condanna Frankenstein come Eschilo condannò Prometeo. Egli è condannato per un atto di ‘ύβρις, termine che deriva dalla lingua greca, il cui significato richiama ad azioni eccessive, di prevaricazione. 

La ‘ύβρις di Frankenstein è quella dello scienziato, il quale, trascinato dal suo “delirio di onnipotenza” non sa più fermarsi e si lascia consumare fisicamente e psicologicamente dall’ansia del compimento della sua stessa opera. Il delirio della sua gioia e del suo orgoglio, oggi diremmo esaltazione, forse anche euforia, indebolirono la resistenza di fronte alla tentazione di concepire l’idea di “creare” un essere animato e spazzarono via ogni dubbio di fronte a questa scelta, lasciando spazio solo all’incoscienza e all’ardore. Victor stesso affermava, come il più concreto scienziato illuminista, che superstizioni e credenze non lo toccavano minimante, che il buio non aveva effetto su di lui e che considerava I cimiteri, che a quel tempo non occupavano più necessariamente il suolo delle chiese, semplicemente come luoghi dove I corpi erano diventati solo pasto per I vermi.

Egli dunque si era concentrato sull’azione corruttrice della morte sui cadaveri e si diede totalmente allo studio e alla ricerca di una strada che conducesse alla scoperta del principio della vita. Forse è questa l’origine e al tempo stesso la causa del playing God, il giocare a fare Dio. Victor come ogni scienziato voleva colmare le presunte lacune di Dio. La più grande di essa è la morte e tutto il mistero di lutto e di dolore che la circonda. Lo scienziato può svelare questo mistero e sconfiggere la morte completando, così, la grandezza della creazione. In fondo la sua intenzione è il cosiddetto bene dell’umanità. Qui risiede, come abbiamo già detto, il significato profondo della figura di un Prometeo moderno, la cui ambizione e, allo stesso tempo presunzione è quella di voler acquisire la suprema conoscenza e impiegarla per il bene e il progresso dell’umanità. Questa era la sua unica ambizione, ma al tempo stesso questa era l’origine della sua tracotanza, dell’overreaching, del suo andare oltre i limiti, recando a se stesso e a tutti coloro che amava dolore e disperazione invece di prosperità e progresso.

Mary Shelley voleva forse mettere in guardia Percy, e ogni lettore, dai rischi di questa sfida al limite presentato dalla natura. Quando Frankenstein fu pubblicato, anonimo, tutti i lettori inglesi erano convinti che fosse opera di Shelley, e grande fu lo stupore quando ci si rese conto che era opera della giovane moglie. Evidentemente si sentiva molto dell’animo e del carattere di Percy.

Poco dopo la pubblicazione del libro iniziò l’esilio italiano degli Shelley, che doveva culminare nella tragedia accaduta duecento anni fa. Il corpo dell’annegato fu bruciato su una pira sulla spiaggia di Viareggio, secondo la volontà degli amici. Era una sorta di rito pagano, per un uomo che si era allontanato da quel Cristianesimo formale e parruccone della Chiesa Anglicana, e che sfortunatamente non aveva mai incontrato il Cristo autentico. Aveva dunque vissuto come un pagano, ossia un uomo alla ricerca. Quel rogo su una pira dal sapore antico, aveva determinato un fenomeno curioso: tra le sue ceneri, venne ritrovato il suo cuore, intatto. Un fenomeno inspiegabile. Mary volle tenerlo per sé, conservandolo in uno scrigno che riportò in Inghilterra. Era ciò che restava dell’uomo che aveva ispirato Frankenstein, il moderno Prometeo, e il più grande dei Romantici.

Paolo Gulisano

https://www.ricognizioni.it/percy-shelley-il-volto-dietro-la-maschera-di-frankenstein/

La verità sul conflitto in Ucraina raccontata da un vero reporter

Il 24 febbraio 2022 hanno preso il via le operazioni militari in Ucraina. Da quel momento è anche iniziata una guerra di propaganda con cui i media occidentali hanno raccontato il conflitto a un pubblico che fino ad allora sapeva poco o nulla della storia e della realtà politica di quelle zone. E ora, da quando è iniziato il battage propagandistico, ne sa ancor meno e in maniera distorta.

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Trionfo della medicina & tramonto dell’uomo in una pièce teatrale di cento anni fa

Knock, o il trionfo della medicina (Knock ou Le triomphe de la médecine), ora pubblicato da Liberilibri, è la più conosciuta opera tetrale di Jules Romains, saggista, poeta e drammaturgo francese, scritta nel 1923 e venne rappresentata 1.400 volte in quattro anni. Negli anni seguenti alla Prima Guerra Mondiale, i principali autori teatrali in Europa erano il siciliano Pirandello, l’anglo-irlandese G.B. Shaw e, appunto, Romains.

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Grande Reset & Nuovo Mondo

Il libro di Luigi Copertino Cristianesimo, proprietà e Great Reset. Breve esame del “Mondo Nuovo” tra distopia e Tradizione (160 pagine, 16 euro), pubblicato dalla edizioni Radio Spada rappresenta una delle più interessanti letture critiche del fenomeno del “Grande Reset”, il radicale cambiamento dello scenario economico e politico mondiale avviato in occasione della pandemia. Copertino è autore del più interessante studio sul fenomeno dei “teocon”, i cattoconservatori che in buon numero proprio in occasione della pandemia si sono appiattiti sulla versione data dal pensiero mainstream.

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Abbiamo uno straziante bisogno di uomini buoni

Abito in una casa di collina e userò la macchina tre volte al mese. E, sempre come Battiato in Giubbe Rosse, con duemila lire di benzina scendo giù in paese, attento a evitare le lucertole che attraversano la strada. Poi, lungo il crinale del mio Monte Canto, più discreto di quello dell’Etna, mi fermo in prossimità dei boschi e ne ascolto la voce: che è anche voce umana, voce del lavoro di chi porta ordine là dove la natura continua ad averne bisogno. A sentirlo appena un poco da lontano, il mormorare dei piccoli motori a scoppio, delle accette, dei segnali e degli ordini in dialetto laconico e gutturale prende una cadenza, quasi una melodia, capace di consolare quanto lo scampanìo che viene dall’altra parte della valle dell’Adda. È la voce di qualcosa di buono che permane nonostante tutto.

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L’odio che verrà. L’eresia di Caino e l’Anno III dell’Era Pandemica

Il prossimo primo gennaio ricorre il secondo anniversario dell’inizio dell’epidemia da Coronavirus. Inizia l’Anno III dell’Era Pandemica. Con un tempismo perfetto il governo cinese diede notizia quel giorno dell’esistenza e della diffusione di un nuovo virus. La sera prima – en passant – a Roma una donna cinese aveva disperatamente cercato di attirare l’attenzione di Bergoglio, in piazza, forse per cercare di comunicargli qualcosa. La risposta del pastore argentino – come noto – fu uno schiaffeggiamento della donna a muso duro, durissimo.

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