Chesterton, l’uomo che usava Dio come Prozac

 

 

 

 

 

 

Libero del 19/07/2017

Con «Padre Brown» cambiò il poliziesco, il suo humour cristiano salvò dall’angoscia i lettori Un saggio filosofico delinea, a 80 anni dalla morte, il pensiero modernissimo del grande scrittore

di Caterina  Maniaci

Aveva previsto molte cose, dal potere dell’eugenetica, alle rovine che avrebbe disseminato il capitalismo selvaggio, dalle tentanzioni delle dittature alla progressiva scristianizzazione delle società «progressiste» e persino l’islamizzazione dell’Inghilterra e non solo (leggere l’illuminante L’osteria volante per credere). Forse non aveva previsto – non completamente il grande successo di un personaggio-topos per gli occidentali a venire: l’investigatore in tonaca, quel padre Brown che ha disseminato di discendenti il Novecento e anche il Duemila, fino alla tonaca svolazzante in bicicletta del don Matteo nostrano con la faccia e il fisico di Terence Hill. Stiamo parlando di Gilbert.K. Chesterton, geniale, prorompente, vitale e inarrestabile: ora in Italia viene dedicato un saggio esaustivo allo scopo di metterne in luce il pensiero, l’opera, il carisma, l’influenza che fanno di questo autore e di quel che ha fatto, vissuto e scritto una sorta di continente vasto e forse, soprattutto per noi italiani, non del tutto esplorato.

Il saggio si intitola Chesterton. La sostanza della fede, (Edizioni Ares, pp. 248 – euro 16) scritto da Paolo Gulisano e Daniele De Rosa, è uscito nelle librerie da pochissimi giorni e si tratta della più completa analisi mai pubblicata in Italia sul pensiero del grande scrittore inglese, la più completa guida al “Chesterton-pensiero”.

L’autore può vantare, come accennavamo, molti record: la profetica e quasi inquietante capacità profetica di interpretare la modernità e i suoi mali, la poliedricità che lo ha fatto spaziare dalla vena del polemista, dalla critica letteraria alla filosofia e alla storia, dai racconti e romanzi, persino quelli del genere giallo, rivoltandolo però da cima a fondo e trasformandolo in un racconto di fede vissuta. Il tutto espresso con magnifica leggerezza, con l’uso sapiente e spiazzante del paradosso.

Il fatto è che Chesterton era un uomo fatto a immagine e somiglianza di quel che faceva e scriveva: intenso, appassionato, smisurato, se possiamo dire, sempre alla ricerca della Verità. In effetti, come scrive nel suo Invito alla Lettura Marco Sermarini, presidente della Società Chestertoniana Italiana, egli «somiglia a un simpatico uomo che puoi incontrare su qualunque tram, ma che ti si avvicina e ti confessa con sincera modestia e ferrea certezza di aver trovato la Verità, e ti dice di volerti portare a incontrarla come se volesse farti conoscere la sua fidanzata».

Leggere le sue opere non è un esercizio di lettura qualsiasi, neppure un modo per passare il tempo. È una vera e propria esperienza, dalla quale raramente si esce come si era prima di questo incontro. Con l’invito ad adottare un punto di vista completamente diverso, che ribalta la realtà, o più esattamente, che la rivela nella sua concretezza: là dove esiste il grigiore, la spossatezza di una vita compressa, che rischia di non avere alcun senso, prorompe una nuova luce, appare la vera bellezza, tutto sembra fresco e appena uscito dalla mano del Creatore. Lo stupore, lo sguardo da fanciulli, ma non bamboleggiante o sentimentale, è la cifra che ricorre nella scrittura chestertoniana, come efficacemente viene sottolineato nel saggio. Che si propone, riuscendovi, di esplorare la produzione sterminata del Nostro alla luce sicura della teologia e della fede. E il risultato è che l’esperienza di incontrare Chesterton diventa un vero antidoto alla paura e alla depressione che insidiano la cultura e l’arte contemporanea. Perché proclama che Dio è la risposta, ed è l’unico, naturale antidepressivo. Esiste la possibilità di incontrare la speranza e la felicità anche in questo mondo.

Non a caso, a ottantun’anni dalla sua morte, dopo vari periodi di oscurità e trascuratezza, l’opera di Chesterton vive una stagione di revival e di forte interesse, con una schiera sempre più folta di estimatori, anzi di “seguaci”. È capitato di ascoltare, in alcuni convegni a lui dedicati, i racconti di persone che, senza mezzi termini, hanno dichiarato di essere stati salvati dalla tristezza, dall’angoscia e addirittura dalla voglia di farla finita, proprio perché si erano imbattuti in una qualche opera chestertoniana. Tanto che in Gran Bretagna, già da alcuni anni, si sta procedendo per aprire la causa di beatificazione per lo scrittore. Possiamo immaginarlo: un santo grande e grosso, con la penna in mano, sorridente e con lo sguardo fisso verso il cielo. In un racconto della serie di padre Brown si legge la descrizione della volta celeste mentre «passava lentamente dal verde all’azzurro pavone», la descrizione più straordinaria del colore dell’Infinito.

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