Il mostro Frankenstein è tra noi e continua a scuotere le coscienze

In Italia è arrivato con un sottotitolo in bella evidenza: “un amore immortale”. Si tratta di Mary Shelley, film della regista saudita Haifaa al-Mansour. Questo sottotitolo farebbe pensare a un film romantico, ad una storia d’amore tra adolescenti, ed in effetti il plot emozionante della storia è quello che vede una ragazza londinese diventare l’amante di un giovane scrittore ribelle e fuggire con lui. Ma ci sono alcuni dettagli molto importanti: il giovane era un certo Percy Shelley, uno dei più grandi poeti britannici di tutti i tempi, e la ragazza era la figlia del grande filosofo illuminista inglese William Godwin e della protofemminista angloirlandese Mary Wollstonecraft. Quando Shelley rimase vedovo, sposò la ragazza che divenne così Mary Shelley, un nome destinato a diventare immortale (molto più dell’amore con Percy che annegò ancor giovane al largo delle coste della Versilia) grazie al capolavoro letterario che Mary scrisse non ancora ventenne: Frankenstein. Un libro che uscì esattamente duecento anni fa, e che è sempre più attuale.

Da duecento anni lo spettro di questo capolavoro letterario si aggira tra la letteratura, la scienza e la filosofia, tra decine di rappresentazioni e versioni cinematografiche. Questo ultimo film su Mary Shelley ha il merito di raccontarci- almeno in parte- come Mary arrivò a raccontare del mostro e dello scienziato che vuole creare la vita in laboratorio.

Un romanzo che, allo stesso tempo, rappresenta il precursore e il capostipite della Letteratura di anticipazione, chiamata comunemente Fantascienza. Nel Frankenstein ci sono anche quegli elementi gotici che avrebbero in seguito caratterizzato molta letteratura romantica e le opere di grandi autori come Edgar Allan Poe, Stevenson e Lovecraft, straordinari narratori delle paure più profonde dell’animo umano. Questo romanzo fu il primo di un nuovo e ibrido genere romanzesco. Nell’anno 1818, al suo apparire, l’opera di una ragazza ventenne provocò stupore e meraviglia, e molti erano coloro che ritenevano che l’opera andasse attribuita allo stesso Shelley e non a Mary.  Frankenstein, al suo apparire, fu un autentico bestseller; non solo: arrivò in un momento propizio in cui la narrativa aveva bisogno di produrre non solo ripugnanti e immaginari sussulti e brividi di terrore, ma soprattutto riflessioni nelle menti e nelle coscienze dei lettori. Frankenstein di Mary Shelley non si può tuttavia inquadrare in un genere letterario particolare: è un unicum, un romanzo che costituisce una delle opere letterarie più singolari della Modernità. Il suo sottotitolo, “Il nuovo Prometeo”, faceva intravedere la grande portata del romanzo, gli echi delle grandi opere che lo avevano influenzato, le suggestioni delle scoperte nel campo della fisica e della chimica e quella componente gotico-romantica che solo in un animo sensibile e appassionato poteva sintetizzare la pienezza del sublime.

Mary era la giovane moglie di Percy Shelley, il grande poeta romantico, e figlia di due importanti intellettuali dell’Inghilterra della fine del XVIII secolo, un periodo di grandi rivolgimenti, storici, sociali e soprattutto scientifici.

Un periodo dove già iniziava un dibattito etico derivato dalle nuove straordinarie scoperte che avevano suscitato molte domande sui confini tra la vita e la morte e il potere su di essi degli scienziati. Mary scelse di raccontare questi dubbi e queste angosce in un romanzo dove la riflessione si sviluppa non in un messaggio moralizzante, ma manifestando visibilmente l’impotenza dell’essere umano a comprendere il grande mistero della vita.

A duecento anni dalla sua pubblicazione, il romanzo della Shelley continua ad interpellare le coscienze, ad affascinare i lettori, e a permanere saldamente nella cultura popolare e nel suo immaginario, continuando ad ispirare il cinema, la musica, la letteratura. Allo stesso tempo le questioni di tipo scientifico ed etico sollevate nel romanzo sembrano diventare sempre più attuali e urgenti.  È possibile disporre totalmente della vita umana? Quali sono i limiti degli interventi delle tecnologie biomediche? Il dibattito sulla fecondazione artificiale, se non addirittura la clonazione, è sempre vivo e vivace, così come il dibattito acceso sul tema dell’eutanasia, che non verte più sul diritto di dare la vita, ma su quello di toglierla, istanza figlia di una cultura liberale portata agli estremi e frutto dell’emotivismo etico. Si tratta di una concezione problematica e al tempo stesso incomprensibile nei suoi elementi essenziali; ciò che emerge infatti da questa visione culturale contemporanea è un radicale relativismo di fondo che investe ogni aspetto della vita umana: la conoscenza, la filosofia, la morale, la politica, la ricerca scientifica, vedono l’abbandono della concezione dell’uomo quale essere dotato di una natura specifica e indirizzato verso un fine. Rileggendo il Frankenstein con lo sguardo rivolto agli scenari contemporanei, emerge una realtà molto inquietante: c’è qualcuno che si diverte a giocare a fare Dio. L’espressione inglese “playing God” è ancora più pregnante: to play non significa solo giocare, ma anche “interpretare la parte”, nel linguaggio del teatro e del cinema. Quindi potremmo tradurre “giocare alla divinità” o “fare la parte di Dio”.

Il mostro di Frankenstein è un organismo ricostruito, il risultato di un bricolage biologico. È il tentativo ambizioso ma ridicolo di vincere la morte: così come l’Anticristo è “simia Dei”, così il mostro di Frankenstein è “simia hominis”, una goffa imitazione mal riuscita dell’uomo. La nemesi è inevitabile: il superamento dei confini assegnati alla creatura dal Creatore determinano l’orrore. Mary Shelley non si limita ad ammonire l’umanità a non usare irresponsabilmente le proprie capacità, ma ha il pregio di riproporre uno dei grandi motivi della antica narrativa dell’immaginario, quello della lotta con il mostro. Non solo quello che è fuori di noi, ma anche quello che si nasconde a volte nei recessi delle nostre anime.

Paolo Gulisano

Per gentile concessione del quotidiano la Verità del 20/09/2018

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