La fine dei Cristeros e la miopia di Roma

29 giugno 1929: 90 anni fa si concludeva la tragica e gloriosa epopea dei Cristeros: i cattolici messicani che difesero con le loro vite la libertà della Chiesa. Una storia poco nota. D’altra parte, si sa, la storia viene scritta dai vincitori. 

Il dramma è quando la storia non viene scritta. Peggio della damnatio memoriae non c’è che l’assenza di memoria: dimenticare, come se nulla fosse accaduto, o far finta di non ricordare, che comunque dà il medesimo esito: la relegazione nell’oblio. Quello dei Cristeros è un esempio paradigmatico di storia negata. Eppure si trattò di una grande insurrezione, di una guerra civile che ebbe luogo in un paese importante come il Messico, che durò tre anni e che si trascinò poi per moltissimo tempo, lasciando effetti duraturi sulla struttura politica e sociale del paese, e determinando in maniera irreversibile il destino non solo messicano, ma forse dell’intero sub-continente latino-americano. 

La rivolta fu soprattutto la reazione di una società contadina, tradizionale, cattolica, all’aggressione perpetrata dallo Stato autoritario uscito dalla rivoluzione liberale degli anni Dieci, uno Stato formalmente espressione della rivoluzionaria volontà popolare, ma che in realtà perseguitò il popolo e la Chiesa, che allora erano una cosa sola. Nel 1926 il popolo messicano insorse in armi contro questa spietata persecuzione, insorse per difendere le proprie liberà, le proprie chiese e i monasteri, le scuole e gli ospedali. Insorse per difendere i sacerdoti, le religiose, i propri figli. 

Furono tre anni di conflitto impari, tra un esercito armato fino ai denti e i guerriglieri, i nuovi vandeani, che erano contadini, impiegati, ragazze e ragazzi, padri di famiglia. Dopo tre anni, i battaglioni dei ribelli, tra i cui comandanti c’era un sacerdote, Padre Reyes Vega, stavano per avere la meglio. Quel pugno di uomini e donne pieni solo del loro coraggio e della loro fede erano divenuti ormai una grande armata, che sembrava spalancare alla nazione messicana, da troppo tempo vittima degli interessi delle varie ambiziose oligarchie, delle prospettive impensabili fino a poco tempo prima: la ricostruzione materiale e soprattutto morale del paese, il ritorno o meglio ancora il rinnovamento e il rilancio dei valori civili e sociali sui quali il paese era stato fondato e con i quali avrebbe potuto, nel nuovo secolo, cambiare il corso della storia. Sembrava un sogno, ed infatti era stato deciso che tale restasse. 

Si era deciso, in potentissime sedi, che era assolutamente fuori luogo vedere nel 1929 al governo di un paese strategicamente rilevante come il Messico dei personaggi come i Cristeros, anacronistici residuati del medioevo, con il loro assurdo culto per la regalità di Cristo e la loro idea di società, di politica e di economia.

Fu così che venne ordito il tranello, l’odiosa, sleale trappola in cui caddero spontaneamente le gerarchie ecclesiastiche e in cui vennero trascinati, loro malgrado, i Cristeros.

Fu la trappola dei cosiddetti “Arreglos”. Appena il Presidente della Repubblica messicana Portés Gil cominciò a rilasciare dichiarazioni in materia religiosa vagamente distensive, il Delegato Apostolico, Monsignor Leopoldo Ruiz, dal suo esilio ai New York, manifestò il proposito dell’episcopato messicano di collaborare col governo per la pacificazione del paese. Erano i primi segnali, da entrambe le parti, per raggiungere una tregua. Le ragioni non sembravano mancare: gli anni di guerra civile avevano devastato e impoverito il paese, paralizzato lo sviluppo economico e aumentato il caos al suo interno. L’instabilità del Messico, le turbolenze che si facevano sentire anche sui confini, mossero l’interesse di Washington a esercitare le necessarie pressioni per eliminare la dannosa conflittualità messicana, ed adeguate pressioni vennero esercitate su entrambe le parti in causa. 

Artefice principale delle mediazioni fu l’ambasciatore statunitense Morrow, finanziere appartenente al gruppo Morgan, il quale aveva patrocinato l’ascesa al potere di Portés Gil, suo pupillo, e che avviò le trattative con una fretta che rivelava abbastanza esplicitamente gli interessi commerciali della mediazione. Il “conto” per il suo intervento era infatti piuttosto salato: la modifica dell’Articolo 27 della Costituzione, che consentiva così la cessione per 99 anni del sottosuolo messicano a favore delle compagnie americane, e l’apertura di una filiale del Banco di New York a Città del Messico. 

Emilio Portés Gil, a differenza dei suoi predecessori, era un uomo abile e intelligente, nonché attento ai consigli dei suoi amici statunitensi. Egli inaugurò un nuovo stile di governo, meno chiassoso di quello di chi l’aveva preceduto, evitando lo scontro muro contro muro con la Chiesa, dal momento che gli stesi obbiettivi erano raggiungibili con mezzi pubblicamente meno cruenti. D’altra parte, l’intero paese era stremato, e desiderava la fine degli eccidi e delle miserie, ma anche il ristabilimento della giustizia. Fu proprio questa struggente fame e sete di Verità e Giustizia che la Gerarchia ignorò. 

La Chiesa messicana trattò la pace, proprio mentre la causa dei Cristeros, che in suo nome avevano combattuto una impossibile battaglia, sembrava prevalere. Nella guerriglia sui monti e nelle foreste l’Esercito dei Liberatori, forte di cinquantamila uomini, era diventato invincibile. L’esercito federale aveva subito una storica disfatta nello stato di Jalisco, nella battaglia di Tepatiplan . La crisi economica, il consenso popolare largamente dalla parte dei ribelli, l’irriducibilità dell’opposizione pacifica dei cattolici, la testimonianza dei martiri: tutto faceva sembrare vicina la fine del Partito Rivoluzionario al potere. 

Se è comprensibile l’atteggiamento di chi cede per non perdere, o per evitare ulteriori sofferenze, incomprensibile è l’atteggiamento di chi cede per non vincere, a meno che, ed è l’ipotesi più benevola verso i vescovi e la diplomazia vaticana, “qualcuno” avesse fatto presente alla Chiesa che la vittoria non sarebbe mai arrivata, nonostante sembrasse vicina, oppure che, anche se conseguita sul campo, non avrebbe potuto tradursi in un progetto di società diversa. 

Potrà sembrare una tesi fatalistica e pessimistica, tuttavia è probabile che la vittoria negata ai Cristeros, e tramutatasi in ultima analisi in una sconfitta, fosse la soluzione inevitabile. I Cristeros non vinsero in quanto non era possibile che li si lasciasse vincere, per i motivi sopra descritti. Il gioco in Messico era durato anche troppo: era tempo di rimettere le cose a posto. La Chiesa tuttavia, e i suoi fedeli l’avrebbero seguita, avrebbe potuto scegliere di resistere a oltranza, anche contro le pressioni, anche andando contro il corso della storia, ma non lo fece, e la scelta, che apparve subito non felice per le immediate conseguenze a carico dei cattolici che deponendo le armi si esposero ad un lungo genocidio nascosto,lasciò delle tracce profonde nel cattolicesimo messicano. 

Accettare la pace proposta da Portés Gil, che ebbe la conseguenza di rafforzare il governo, mettendolo al sicuro da eventuali insurrezioni, significò perpetuare la permanenza al potere per i decenni a venire di quella classe dirigente, la stessa che aveva ordinato i massacri e le persecuzioni, senza che in essa cambiasse nulla, se non la strategia e le modalità di azione. l’Episcopato Messicano fu indotto a credere, erroneamente, di essere nelle stesse condizioni di Gregorio VII a Canossa: come poteva la Chiesa, amante della pace e aliena al potere politico, rifiutare una proposta di pace, di riconciliazione nazionale, che metteva fine a lutti e dolori? Come poteva rifiutare, come Madre di tutti gli uomini, anche se l’offerta veniva da quei figli che avevano ucciso e perseguitato altri suoi figli innocenti? Così la Chiesa Messicana accettò l’offerta di Portés Gil. 

Le trattative, sotto la mediazione di Morrow, si svolsero nello storico Castello di Chapultepec, ove il 21 Giugno 1929 si firmarono i preliminari degli Arreglos (Accordi), cioè si posero in discussione i termini del compromesso fra lo Stato e la Chiesa che valgono fino ai giorni nostri. La Santa Sede aveva dato il suo consenso a queste trattative, anch’essa mossa dal desiderio di vedere cessare definitivamente le troppe sofferenze del popolo messicano. Pio XI aveva fornito il suo personale appoggio all’episcopato, autorizzando la ripresa del culto una volta ottenuta la sicura garanzia dell’abrogazione delle leggi settarie. Questa abrogazione non avvenne, ma il compromesso fu raggiunto lo stesso: salvata la forma, si cambiò l’applicazione della legge stessa, che comincio a diventare più “tollerante”.

Così, il 29 Giugno 1929, festa dei Santi Apostoli Pietro e Paolo, le chiese del Messico si riaprirono al culto, le campane tornarono a suonare in tutto il paese, la Messa si celebrò ovunque, suscitando fervore ed entusiasmo nella popolazione. I Cristeros deposero le armi: sciolsero i battaglioni che per tre anni avevano tenuto testa alle truppe del regime e tornarono ai loro villaggi e alle loro città-. Il ritorno (provvisorio) della pace non attenuava nei loro cuori l’amarezza per la mancata vittoria: i nemici di sempre rimanevano ai loro posti di comando,e la tregua, così frettolosamente raggiunta in quel fatidico 1929 che,guarda caso, vide il crollo della Borsa di Wall Street e l’inizio della grande recessione economica, sapeva troppo di compromesso in nome del petrolio degli affari. 

Inoltre l’intransigenza del governo sui principi anticattolici e giacobini della Costituzione non poteva. essere certo un indice di buona volontà. Portés Gil dichiarò da parte sua che, insistendo nell’applicazione stretta, benché non repressiva, della legge, assicurava di non voler intervenire negli affari spirituali della Chiesa. 

In pratica la Costituzione venne fatta accettare, nella lettera e nello spirito, all’Episcopato che tre anni prima l’aveva decisamente rifiutata. Molti esponenti dei Cristeros si sentivano giocati: non era stato firmato un accordo, ma una resa. Portés Gil aveva semplicemente concesso la libertà di partecipare alla Messa e di insegnare il catechismo: un po’ poco per chi, in nome della libertà religiosa, aveva sacrificato la famiglia, i beni, la propria vita. Nè d’altra parte cessarono del tutto, dopo il 21 giugno, le sanzioni contro sacerdoti troppo “zelanti””: tre Vescovi –di Guadalajara, di Durango e di Huejutla – furono espulsi dal Messico. 

Numerosi membri del clero o laici noti per il loro impegno anti-governativo vennero esiliati. Peggio ancora: molti dei Soldati di Cristo Re, per i quali erano state pattuite garanzie di amnistia, appena deposte le armi vennero arrestati e fucilati. Non pochi paesi che avevano dato loro ospitalità vennero saccheggiati e i sacerdoti ritornati nelle loro parrocchie divennero bersagli della mai sopita ostilità nei loro confronti. La Chiesa riottenne la libertà, ma si trattò di una libertà vigilata. 

Portes Gil poteva dichiarare trionfante ai fratelli massoni di essere riuscito finalmente a sottomettere alle leggi la Chiesa. Il governo radicale non aveva rinunciato a niente della sua Costituzione, già ritenuta dai cattolici iniqua e tirannica, e il maggiore pericolo per il regime, rappresentato dall’ Esercito dei Liberatori, era scomparso, avendo i Cristeros generosamente deposte le armi su invito della Chiesa, della quale essi erano stati i difensori e i paladini. Fu così che i Cristeros si avviarono ad una terribile fine: negli anni a seguire furono migliaia gli uccisi, non più sul campo di battaglia, ma in agguati e imboscate. Migliaia di esecuzioni sommarie. 

La Chiesa era stata chiamata dallo Stato a rimuovere ogni residuo pericolo di “fanatismo”, in cambio di una mal tollerata sopravvivenza. La paura aveva avuto la meglio sui vescovi, la paura di credere fino in fondo nelle promesse di Cristo: le porte degli inferi non prevarranno.

Paolo Gulisano

1 pensiero su “La fine dei Cristeros e la miopia di Roma

  1. francesco tognelli

    Bella analisi della storia dei Cristeros, Esercito nobilissimo e ammantato dal fascino dell’Invitto sconfitto;… nel frattempo in Europa dove si parlava la stessa lingua, venivano messe in atto identiche persecuzioni che sfociarono nel 1936 nella guerra anticattolica in Ispagna. La Chiesa subiva da almeno cinquant’anni anni le spinte di un feroce anticlericalismo originato dalla “predicazione” rivoluzionaria francese; la gerarchia episcopale iberica conosceva bene la situazione; mediò, subì, finché per fortuna non giunsero le forze “laiche” a proteggerla e a togliere ogni prospettiva pietosa di accordo e trattativa. Sì, furono i regimi di Mussolini e di Hitler che scalpitavano nel clima bellico. Ma il Signore scrive diritto anche sulle righe storte e il romano Pontefice Pio XII poté parlare “Con imenso gozo” ad una Spagna finalmente in pace…. Credo che il Grido “Viva Cristo Rey” unisca queste due sanguinosissime vicende storiche.

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