L’ultimo Natale di Dickens

Charles DickensPubblicato il 23/12/2012 da La Provincia di Como

Fra la nebbia che cominciava a scendere nel pomeriggio freddo di Londra e il giallastro luccichio dei lampioni, un uomo di mezza età fissava silenzioso una casetta al numero 48 di Doughty Street, nel quartiere di Bloomsbury, ignaro delle  persone ansiose di andarsene in fretta a casa, a godersi la Vigilia di Natale. Non c’era niente di notevole in lui, eccetto un lieve contrasto fra la festiva gaiezza dei suoi vestiti e la solenne gravità del suo aspetto, eppure si trattava di uno dei più famosi scrittori del suo tempo: Charles Dickens. Il suo volto scarno che terminava con una corta barba già imbiancata venne riconosciuto da qualcuno dei passanti, che alla sera avrebbe avuto modo di raccontare ai propri famigliari il celebre autore di David Copperfield, di Oliver Twist e del Circolo Pickwick.

-“Non capisco perché ho voluto tornare qui”- mormorò a bassa voce lo scrittore, scuotendo la testa mentre osservava con malinconia la casa dove aveva vissuto poco dopo il matrimonio, dove aveva scritto i suoi primi capolavori, dove erano nati i suoi primi figli.

Guardava le piccole finestre della casa, e cercava di scorgervi dei segni della vita che vi brulicava in quella vigilia. Il giorno prima aveva improvvisamente informato Ellen che aveva intenzione di andare a Londra, di passeggiare per le sue strade la Vigilia di Natale per cercare di ritrovare quella vena artistica, quell’ispirazione che al momento sembrava perduta. Il romanzo cui stava lavorando, Il mistero di Edwin Drood, era a un punto morto. Non riusciva a trovare un finale, a chiudere degnamente un libro che avrebbe stupito i suoi lettori, i critici, tutta l’Inghilterra. Così aveva pensato di lasciare la sua tranquilla dimora di campagna per tornare a Londra, per riassaporare ancora quel clima, per saggiare quell’umanità, per vedere nei volti della gente i riflessi delle loro storie, segnati di  sofferenza e di sconfitta. Ellen avrebbe voluto accompagnarlo, ma lo scrittore le aveva detto che avrebbe preferito trascorrere la giornata da solo, e Ellen aveva accettato, come da tredici anni accettava una vita clandestina, la vita dell’amante di un grande e famoso personaggio, che non poteva tuttavia infrangere le norme dell’Inghilterra vittoriana e vivere con lei, alla luce del sole, il loro amore. Così quel giorno di Natale che Dickens aveva cantato, celebrando nel Cantico la speranza, la gioia, la serenità familiare, era divenuto per lui negli ultimi anni un giorno di sofferenza.  Ora, davanti alle mute finestre di  Doughty Street, Dickens vide passare i fantasmi dei natali passati, ma prontamente si riscosse. “E’ tempo di tornare a casa” pensò, e si incamminò verso Russell Square, dove avrebbe preso una carrozza per la stazione. Odiava usare la ferrovia, dopo l’orrendo incidente di anni prima in cui il treno che lo portava a Londra insieme ad Ellen era deragliato, con numerose vittime. Una tragedia cui era scampato perché il vagone su cui viaggiava era sfuggito al disastro. Le urla dei feriti e dei moribondi tuttavia lo accompagnavano ancora, nei suoi incubi, e questo forse- pensava- giustificava quelle emicranie di cui da tempo soffriva.

Per raggiungere la piazza decise di attraversare i giardini di Coram’s Fields, con un solo motivo: osservare i bambini, che almeno loro gli facessero sentire che era Natale, con i loro giochi, con la loro allegrezza. Tuttavia, aveva appena oltrepassato i giardini che venne colpito da un’esile figura che camminava velocemente verso la Gray’s Inn Road. Dickens si fermò sbalordito: gli sembrò di riconosce in quella donna rivestita di un manto azzurro una donna che quindici anni prima aveva visto in un sogno che non aveva mai dimenticato, fatto mentre si trovava a Venezia. Nel sogno si trovava in un luogo indeterminato, sublime nella sua indeterminatezza, in cui veniva  visitato da uno Spirito. Non erano i fantasmi che aveva descritto in qualche suo racconto, ma una donna misteriosa, bella come una Madonna in un quadro di Raffaello, e non assomigliava a nessuno che lui avesse mai incontrato. Un volto pieno di compassione e di dolore per lui… una bellezza talmente struggente da trapassargli il cuore.

Dickens cambiò immediatamente strada e cominciò a seguire quella donna dal passo leggero e veloce. Era lei, ne era sicuro: era la giovane del sogno veneziano, identica a come l’aveva vista anni prima; il tempo non era passato per lei, forse perché non era una creatura mortale…un angelo, un fantasma, un elfo? Lo scrittore accellerò il passo, il bastone da passeggio picchiettava sul marciapiede con crescente frequenza, ma la ragazza sembrava irraggiungibile. Finì per inoltrarsi nelle strade sempre più strette che portavano al quartiere di Clerkenwell. Dickens si accorse a malapena di essere entrato in quel quartiere povero, malfamato, che ospitava soprattutto emigrati stranieri. Improvvisamente la ragazza sembrò inghiottita dai vicoli, e Dickens con angoscia si accorse di averla persa. Fermò una bambina vestita di stracci, dalla triste bellezza nei suoi occhi verdi. “Bimba- le chiese lo scrittore- hai visto una signora dal mantello azzurro?” le chiese con una veemenza che un po’ spaventò la bambina. “Da quella parte, in fondo alla via, dove la strada si allarga… Signore, ho fame, ha qualcosa da mangiare per favore?” disse con un marcato accento irlandese. L’uomo le diede una mezza corona, e si affrettò verso la direzione indicata. In fondo alla via c’era una costruzione di mattoni rossi, stretta tra le altre case. Era una chiesa. Dickens vi entrò, e scrutò nella penombra cercando invano la ragazza. Poi vide in un angolo una composizione di legno e pietra. “E’ quello che i papisti chiamano Presepe…sono finito in una chiesa cattolica.”  Lo guardò con disappunto, poi trasecolò: la ragazza con il manto azzurro era una delle statue di gesso del Presepe: stava accanto ad un asino e un bue, e contemplava con il suo sguardo dolcissimo una culla vuota.

“Cerca qualcosa…o qualcuno?” chiese un prete dall’aspetto straniero, uscito da confessionale.

 “E la dama dal manto azzurro? E’ forse un mio sogno, il fantasma delle donne che ho amato, che ho perduto, che perderò ancora?”

“Lei è colei che indica la via, è la donna dell’accoglienza, è la madre della Misericordia”.

Dickens spostò lo sguardo dal prete alla statuina di gesso, sorpreso, frastornato. Poi la porta della chiesa si aprì, entrò la bambina irlandese, ed andò ad accendere una candela.

“Felice Natale, signore”, gli sussurrò.

Nota: Charles Dickens, uno dei più grandi scrittori degli ultimi due secoli, di cui quest’anno si è celebrato il bicentenario della nascita, morì per un ictus il 9 giugno 1870 nella sua residenza di campagna nel Kent. Aveva 58 anni. Le sue ultime parole furono una richiesta di essere seppellito sulla nuda terra. Non riuscì a portare a termine il suo ultimo romanzo, il Mistero di Edwin Drood.

3 pensieri su “L’ultimo Natale di Dickens

  1. renata lenoci

    …leggendo il racconto L’ ULTIMO NATALE DI DICKENS, mi son sentita catapultata nella Londra di quell’epoca, ho percepito la sensazione umidiccia della nebbia, risuonavano nella mia mente le voci, i suoni di quella vigilia…mi son sentita l’ ombra di Dickens che percorreva quelle strade, ho vissuto le sue sensazioni, l’ansia e la sorpresa di quello strano incontro, leggendo…..ero li’!!!! Che grande risvolto di Spiritualita’ nel finale del racconto!!! Inizia con un Dickens triste, nostalgico,sofferente e si conclude davanti ad un Presepe,la donna del sogno era la Madonna!!! Quale capovolgimento di emozioni!!! E la bambina ? Pare la figura saliente del racconto, colei che da’ l’indicazione, che chiede una moneta per sfamarsi e con la stessa accende una candela in questa Chiesa dove la donna del sogno era corsa a prendere il suo posto di Mamma del Bambino Gesu’, augurando ad un Dickens sorpreso un Buon Natale.
    Mi permetto questa mia considerazione….è molto spesso il nostro spirito bambino che ci guida nella giusta direzione!……

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