Natale 2029

Per concessione dell’editore, pubblichiamo il racconto di Paolo Gulisano raccolto nel volume La Stalla aveva per tetto un Stella, edito da Mimep Docete a cura di Alfredo Tradigo e Vincenzo Guarracino.

Il silenzio nella stanza gravava già da alcuni minuti, da quando Jack aveva comunicato la notizia alla moglie. Fu lei che si decise a romperlo, alzandosi dalla sedia e avvicinandosi a lui, abbracciandogli le spalle.

Jack guardava fuori dalla finestra.

“Non sembra voler smettere di piovere, vero?” disse l’uomo. 

Una pioggia fredda e pesante sferzava la strada e il marciapiede.

“Sembra rendere tutto ancora più triste”, aggiunse.

Susy gli accarezzò i capelli, con delicatezza. 

“Non è giusto… non è giusto” disse trattenendo a stento le lacrime.

“Dovevo aspettarmelo” sospirò l’uomo. “Potresti dirmi che me la sono cercata…”

“No!” Esclamò Susy. “Tu non hai alcuna colpa! Sono loro che sono dei mostri” aggiunse con un singhiozzo. 

“Già, dei mostri… in guanti bianchi”.

Jack ripensò a quello che era accaduto quella mattina. Era seduto in ufficio, davanti al suo pc, come tutti i giorni. Era occupato nel solito, noiosissimo lavoro, quando una collega gli si era presentata davanti, mostrando un sorriso ironico e compiaciuto. Evidentemente aveva avuto delle anticipazioni.

“Il Direttore vuole vederti” disse con gli occhi che luccicavano di un piacere maligno.

“Ora?”

“Ora, subito”.

Jack pensò che si trattasse di un grosso problema, e in un attimo intuì di che si trattava. Attraversò il corridoio col cuore che batteva forte e la gola serrata. Salì con l’ascensore fino all’ultimo piano. Un collaboratore del Direttore gli fece cenno di attendere. Stette dieci minuti nell’anticamera della Direzione. Ebbe modo di muovere lo sguardo tra i vari quadri che arredavano le pareti, delle insulse nature morte e disegni astratti. Il cuore continuava a battergli forte. Guardò poi il calendario a muro, che segnava la data del giorno: 24 dicembre. 

Era l’ultimo giorno di lavoro, prima della pausa per le vacanze d’inverno. I dipendenti avevano diritto a otto giorni di ferie, fino al 1° Gennaio, la Giornata Mondiale della Pace, la grande festività che il Parlamento della Religione umanitaria Universale aveva decretato essere la più importante delle ferie invernali. In quel giorno si celebrava l’inizio di un nuovo anno all’insegna della pace e dell’armonia.

“Entri pure, il Direttore la attende” disse il segretario. Jack entrò, e fu al cospetto del Direttore del Personale. Era intento a esaminare delle carte, poi, dopo diversi secondi, si degnò di posare lo sguardo sul suo dipendente, quella sua “risorsa umana”, come recitava la retorica aziendale. 

Il Direttore aveva uno sguardo gelido. Jack lo aveva visto diverse volte in incontri pubblici, col personale, coi clienti, coi visitatori dell’azienda. In quelle occasioni sorrideva sempre, dispensava i suoi buongiorno, buonasera, persino buon pranzo quando incrociava qualcuno diretto in mensa. Ora, di fronte a Jack, mostrava il suo vero volto, che non era quello della cortesia e della gentilezza. Non gli fece nemmeno cenno di sedersi. Lo lasciò in piedi, impacciato. Jack non sapeva esattamente che fare delle braccia: incrociate? No. In tasca? No di certo! Così le lasciò penzoloni lungo i fianchi, quasi morte. Era una postura debole, esposta, indifesa. Quello che il Direttore voleva. 

Finalmente gli allungò verso il bordo della scrivania dei fogli. 

“Riconosce queste e-mail?” chiese con durezza.

Jack si avvicinò alla scrivania, e gli sembrava che le sue stesse giunture scricchiolassero e stessero per cedere sotto quell’atmosfera di gelo.

Jack riconobbe le mail che aveva inviato il giorno prima. Ebbe la conferma di ciò che aveva intuito dal sorriso ironico della collega che gli aveva portato la convocazione. Sì, era quello il problema. 

“Mi sono state fatte pervenire dal nostro sistema di sicurezza interno” disse severo il Direttore.

“Le riconosco. Le ho scritte io, effettivamente”.

“Durante l’orario di lavoro?”

“Durante la pausa pranzo. Può vedere l’orario indicato nella parte…”

“So leggere” lo interruppe seccamente il Direttore. 

“Lei ha utilizzato il computer dell’ufficio per inviare quattro mail personali. Quattro mail dal contenuto assai discutibile”. 

Jack sentì che il viso gli si stava arrossando. Il Direttore alzò il dito indice, in atteggiamento di ammonizione, e stava per aggiungere qualcosa, ma Jack con una prontezza che stupì lui stesso, disse con voce ferma e tranquilla: “erano delle mail di auguri, signor Direttore. Auguri di Natale”.

A questo punto fu il Direttore che diventò rosso in vivo, anzi, paonazzo, perdendo d’un tratto il suo elegante e cortese aplomb.

“Auguri di Natale!?” Picchiò il pugno sulla scrivania, imponente ma allo stesso tempo finto-umile, come era di moda. “Ma si rende conto di quel che ha fatto?”

“Augurare un buon Natale, un sereno e felice Natale, è una cosa bella, signor Direttore. Significa avere a cuore coloro ai quali si rivolge questo pensiero”.

Il Direttore inspirò profondamente. Serrò i pugni distesi sulla scrivania finto-umile, fatta con materiale riciclabile, priva di ogni minimo oggetto di plastica, severamente bandita dall’azienda, che era un’azienda modello, esempio di bio-compatibilità ambientale.

“Allora lei non ha capito niente. Non ha proprio capito niente. O è un idiota, o è un pazzo. O forse – e temo che sia così- lei è un criminale”.

“Per aver fatto gli auguri di Natale a dei colleghi, a degli amici?”

“Non voglio rispondere alle sue provocazioni. È vero che molti nemici significa avere molti onori, ma non voglio abbassarmi a discutere con lei”. Schiacciò un pulsante, e dopo pochi secondi arrivò un funzionario. 

“Dottore, cerchi di spiegare a questo dipendente duro di comprendonio o forse sarebbe meglio dire riottoso, quali sono le Disposizioni del Governo Unico e del Parlamento delle Religioni in merito alle festività, e in particolare riguardo al cosiddetto “Natale”.”

Il funzionario, basso di statura e dall’aspetto volpino, ricordò minuziosamente a Jack la normativa vigente ormai da due anni, frutto delle elaborazioni dei vertici mondiali degli Stati. 

Le religioni erano state per secoli la causa principale dei conflitti, delle guerre, delle divisioni. Il Governo Unico Mondiale e soprattutto il Parlamento della Religione umanitaria Universale ne avevano ufficialmente convenuto. Pertanto, si doveva eliminare dalla vita sociale e personale tutti gli elementi “divisivi” ed “esclusivi”. La parola d’ordine per un mondo nuovo rappacificato era “accoglienza e inclusione”.

Così, il Natale cristiano era stato ufficialmente abolito, e sostituito dalla “Giornata della solidarietà” da celebrare il 25 dicembre, inizio delle Feste dell’Inverno. Un giorno in cui essere tutti più buoni, in cui compiere gesti di delicatezza e di generosità verso i poveri.

“È tutto molto bello” disse con voce piana Jack, interrompendo il funzionario “ma il Natale è un’altra cosa: il 25 dicembre ricordiamo la nascita di Gesù, il Cristo, il Messia, il Salvatore degli uomini, Dio fatto uomo, nato per noi, per portarci la Salvezza”.

Il funzionario smise di recitare i contenuti delle normative internazionali sulle feste. Ormai era tutto chiaro. Il Direttore lo guardò, ebbe un cenno di assenso, e spinse un altro pulsante. 

Dopo un paio di minuti fecero il loro ingresso nell’ufficio due agenti della Sicurezza che affiancarono Jack. Il Direttore era tornato tranquillo. Si alzò in piedi, con un gesto che voleva essere maestoso. Il funzionario gli si avvicinò, forse per godere dell’ombra proiettata di quella autorità. Come un giudice, il Direttore pronunziò la sentenza. 

“Io credo che lei sia un fanatico. Un rigido seguace di antiche visioni intolleranti e superate. Lei rifiuta il progresso, rifiuta una civiltà costruita sul rispetto reciproco tra le varie credenze. Lei- e dicendo queste parole si oscurò in volto- è uno che crede di avere in tasca la verità. È un intollerante, e un superstizioso. Scommetto- e qui guardò il funzionario con uno sguardo sarcastico- che a casa sua ha fatto il presepe.

“Esatto, signor Direttore. E mi sarebbe piaciuto tanto farlo anche qui, sul posto di lavoro”.

Il Direttore strinse i pugni, trattenendo il suo odio per quell’uomo che lo sfidava, che sfidava il progresso.

“Lei è licenziato in tronco. Gli uomini della sicurezza l’accompagneranno all’uscita. Poi le verrà comunicato formalmente il provvedimento”.

“A partire da quando?” chiese Jack con un filo di voce.

“A partire da domani, 25 dicembre 2029”.

*** *** ***

Jack guardò fuori dalla finestra la pioggia che scrosciava, e poi si mise le mani sul viso.

“Perdonami…perdonami” mormorò.

La moglie lo abbracciò forte.

“Non c’è nulla di cui ti debba perdonare. Sono orgogliosa di te”.

Jack la guardò, gli occhi velati di lacrime. Non c’era alcun dubbio: sua moglie lo stava guardando con orgoglio, e con amore.

“Avrei dovuto essere più prudente… non avrei mai dovuto mandare quegli auguri”.

Susy lo baciò su una guancia. “Hai fatto benissimo. E’ bello fare gli auguri di Natale. È bello ricordare che il Signore è venuto tra noi, duemila anni fa, ed è ancora presente tra noi. Stanotte lo ricorderemo nella Santa Messa”.

“Vuoi uscire lo stesso, stasera? Vuoi andare alla Messa di Mezzanotte? 

“Certo. Come abbiamo sempre fatto. Come faremo sempre, finché il mondo dura”.

Più tardi Jack e Susy uscirono nella notte. La pioggia era cessata. Le vie erano piene di persone che entravano e uscivano dai bar. Festeggiavano l’inizio delle vacanze d’inverno, e si scambiavano doni, perché era la festa in cui essere tutti più buoni e mangiare tanti buoni cibi. 

La città era piena di luminarie, e dovunque campeggiava la scritta “Buone Feste”.

“Forse avrei dovuto limitarmi a questo: ad augurare buone feste, come fan tutti…”

“Già, ma feste di che cosa?” disse ridendo Susy, stringendosi più forte al braccio del marito. 

“Dai, non ti preoccupare. Cercheremo un altro lavoro. Credono di averti schiacciato, sconfitto, ma non è così: un altro ha vinto per noi. Altrimenti che senso avrebbe il Natale di Gesù?

Si allontanarono dai negozi, dalle luci, dalle insegne, dai locali dove si festeggiava in pubblico, una anticipazione della Grande Festa di Capodanno. 

Arrivarono a una piccola chiesa, un edificio nascosto tra le case.

Sulla parete esterna della chiesa brillava una stella cometa. Era il segno da seguire. Susy e Jack superarono il piccolo sagrato, ed entrarono. Nel fondo della chiesa faceva bella mostra di sé un presepe. Era un vecchio presepe napoletano, con le statuette dei pastori, dei Magi, di san Giuseppe e della Madonna, e la culla che presto avrebbe accolto il Bambino Gesù. I due si fermarono davanti al presepe, in contemplazione. 

“È per questo che ho perso il posto di lavoro” sospirò Jack.

“Una perdita…o un guadagno?” gli sussurrò Susy.

Andarono ad inginocchiarsi tra i banchi. La chiesetta andò lentamente riempiendosi. La gente entrava silenziosamente, composta e commossa. 

Videro passare il sacerdote che avrebbe celebrato: un prete anziano, magro, con gli occhi che già scrutavano nel Paradiso. Un uomo di Dio, pieno di Fede e di Grazia. Fece loro un cenno di saluto. Forse in seguito sarebbero andati a parlargli, gli avrebbero raccontato ciò che era successo, gli avrebbero chiesto consiglio. Ma ora no: ora era giunto il tempo di accogliere il Mistero che si faceva carne.

La chiesetta si riempì di un antico dolce canto: 

Adeste, fideles,

Laeti triumphantes,

Venite, venite in Bethlehem!

Ancora una volta la Santa Chiesa celebrava il Natale del Signore. L’anziano sacerdote, avvolto nei suoi paramenti, si avviò all’altare. Ancora una volta, risuonarono sulla sua bocca e su quella dei fedeli le sante parole: Introibo ad altare Dei, ad Deum qui laetificat juventutem meam.

Paolo Gulisano

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