L’Altra Italia di Berlusconi? L’abbiamo già vista e non ci piace

“Ancora tu? Ma non dovevamo vederci più?”, così cantava Lucio Battisti nel lontano 1976.  Berlusconi, l’incorreggibile, ci riprova. Vuole tentare l’ultimo assalto al Palazzo, dal quale non sopporta, visceralmente, di stare lontano, e così sta dando vita a un nuovo soggetto politico. Più che altro si tratta di un nuovo marchio commerciale, perché le idee sono le stesse di sempre, e perfino le persone. L’annuncio fatto nei giorni scorsi della nascita del nuovo brand, dal suggestivo (si fa per dire ) nome di “L’Altra Italia”, ha preso di sorpresa anche i più stretti collaboratori, dirigenti, capigruppo e portavoce. Tutto un ambaradan di giovani rampanti, di signorine sottratte ai salotti buoni e alle sfilate di moda, perfettamente inutili per la rivincita che Berlusconi sta disperatamente cercando dal 4 marzo, da quando Matteo Salvini gli ha inopinatamente sottratto la scena e i riflettori della politica, oltre che la leadership.

Per il suo ritorno e la relativa vendetta, il sovrano spodestato si affida ai vecchi generali di sempre: Gianni Letta, Adriano Galliani, Antonio Tajani. Davanti a queste scelte serpeggia già un certo malumore, soprattutto tra le Ladies: Mara Carfagna, Mariastella Gelmini, Anna Maria Bernini, non ci stanno a perdere visibilità. Il Capo, che alle donne non sa negarsi, troverà una soluzione. Si prevede pure una Consulta con personalità anche esterne, che si riunirà dopo l’estate per selezionare una nuova classe dirigente. Qualche intellettuale organico lo si rimedia sempre: negli House Organs non ne mancano.

L’obiettivo dichiarato è la riconquista del trono. Il Berlusca non ha dubbi: Salvini el düra minga, va dicendo a tutti con ostentata sicurezza, come il tifoso che ad agosto sotto l’ombrellone prevede lo scudetto sicuro per la propria squadra. E la metafora calcistica è la più appropriata. “Sono in campo e ci resterò», ha dichiarato. Almeno fino a quando non sarà passato il pericolo gravissimo, rappresentato da «dilettantismo, pauperismo, giustizialismo» del M5s.

Il nemico è sempre quello del 4 marzo, anche se ora Luigi Di Maio è alleato di governo con il leader leghista del centrodestra. Dopo il fallimento di questa alleanza populista e sovranista che per Berlusconi è inaccettabile, “L’Altra Italia” dovrà andare l potere. “Il nostro momento – assicura il leader azzurro – verrà molto presto, appena le ricette economiche dei grillini avranno rivelato la loro impraticabilità e la loro pericolosità”. E Salvini dovrà strisciare sottomesso e chiedere grazia al Sovrano, il quale gliela concederà a patto che riporti la Lega a quel ruolo subalterno, caricaturale, folkloristico che aveva con Bossi. Non a caso, per far capire alla Lega dove deve stare, un quotidiano come il “Foglio” ha dato una rubrica a Roberto Maroni, e il vecchio Bobo utilizza questo spazio per tirare le orecchie a Salvini, mandando inviti cortesi ma altrettanto espliciti di far ritorno alla base.

Il progetto non ci piace. Soprattutto non piace “l’altra Italia” che ha in mente Berlusconi, alternativa a quella di Salvini. E quale sarebbe? Lui dice “quella che lavora, produce, non vuole distruggere, ma costruire”. E il suo partito ne sarebbe l’espressione politica: un “polo aggregatore»” basato su “idee liberali, liberiste, garantiste”. Caratterizzato da “moderazione” e antidoto ai “populismi urlati che sembrano aver preso il sopravvento”, e dal chiaro profilo europeista, ben visto da Bruxelles. Insomma, un esercito in marcia nella direzione opposta a quella presa dall’attuale esecutivo identitario e sovranista.

Non è difficile capire che siamo di fronte alle solite ricette berlusconiane, già viste e riviste, e tutte indigeste.  Sappiamo bene che ci sono ancora molti buoni cattolici e buoni cittadini che credono che “Berlusconi ha fatto del bene all’Italia”. Sarebbe interessante che ci fossero fornite le eventuali prove. Altri rimarcano che nel 1994 “Ci-salvò-dai-Comunisti”. Anche qui bisognerebbe valutare i fatti, che ci dicono che Berlusconi non sfidò alle elezioni Togliatti o Pajetta, ma Martinazzoli e Occhetto. Berlusconi – e speriamo che sia l’ultima volta che si è costretti a ripeterlo – entrò in politica unicamente per garantire i propri interessi, quelli che aveva avviato negli Anni ’80, nella Milano da bere, grazie alla “benevolenza” della dirigenza del tempo del Partito Socialista Italiano.

Basta con la favola del bravo imprenditore che si mette al servizio del suo Paese. Non era vera nel 1994, non è vera oggi. Anzi oggi i “referenti” politici sono anche più pericolosi del Craxi di allora: sono a Bruxelles e a Strasburgo, in ovattati centri di potere finanziario. Inoltre, quell’”altra Italia” la conosciamo già fin troppo bene: quella che Berlusconi con la TV spazzatura, con le sue politiche fatte di indifferentismo morale, ha contribuito a creare. Più che “liberale e liberista”, il tycoon è stato sempre semplicemente libertino.

C’è un altro termine che nell’occasione della rifondazione azzurra è stato sgradevolmente riesumato: “moderazione”. Anche qui, non è inutile riaffermare ancora una volta che la categoria politica dei “moderati” è una delle più ambigue e pericolose. Inaccettabile per un cattolico, visto che nella Scrittura  è detto che il Signore i tiepidi (sinonimo di moderati) li vomiterà dalla propria bocca.

La parola moderatismo puzza lontano un miglio di compromesso, di concertazione al ribasso, di inciucio, di aumma aumma. Non è un caso che la prima mossa politica dopo l’annuncio della nascita dell’Altra Italia sia stato il patto d’acciaio con il PD per bloccare la nomina di Marcello Foa. E non è certo questa l’unica occasione di alleanza pratica tra gli Azzurri e la Sinistra: basti vedere quello che stanno facendo per impedire una revisione della Legge Lorenzin sulle vaccinazioni obbligatorie, un esempio di statalismo duro che vuole imporre la propria volontà e il proprio interesse a quello delle famiglie. Altro che liberali…

Apparentemente potrebbe sembrare strano che Berlusconi, così attento alle mode e alle tendenze, continui ad utilizzare un termine come “moderati” che è palesemente obsoleto.  Moderati erano i lettori di Longanesi o di Montanelli, i distinti signori in giacca e cravatta sobri e di buon gusto che non ci sono più. Lo utilizza perché non ha altri aggettivi a disposizione, avendoli rifiutati da sempre. Uno di questi poteva essere “conservatore”, ma Berlusconi conservatore non lo è mai stato. In Italia nessuno ha mai voluto definirsi tale: tutti, ma proprio tutti, riformatori e rivoluzionari, da Mussolini ad Aldo Moro fino a Renzi e Berlusconi. In Italia quindi non c’è posto per i conservatori, figuriamoci per i tradizionalisti, gli identitari, i sovranisti: tutte categorie che il Grande Innovatore di Arcore aborre.  E così ci risiamo con il moderatismo.

Questa è dunque la bandiera sotto la quale Berlusconi scende in campo per battere i Cinque Stelle, ma soprattutto Salvini. In nome di un’”Altra Italia” che più brutta e laida è difficile immaginare. Possiamo stare certi che ricorrerà a tutto il suo mestiere, come i vecchi pugili imbolsiti che si aggrappano alle braccia dell’avversario e cercano il colpo basso. Cercherà di utilizzare le sue doti di imbonitore, ricorrerà a nani e ballerine. Cercherà di vincere con le buone o con le cattive, ed è questo che non può non suscitare preoccupazione.

Saranno decisivi i prossimi mesi, in cui il governo dovrà resistere a molteplici attacchi su tutti i fronti: avrà tutti contro, dal Berlusca al PD, dai giornali alla CEI. Se sopravviverà al lungo assedio, alla fine di maggio ci sarà lo scontro definitivo, una vera battaglia epocale, quella delle Elezioni Europee. Lì ognuno correrà per proprio conto, e si verificheranno le forze, la consistenza, il consenso. E vedremo se finalmente Silvio Berlusconi, come auspica l’altra Italia che non è la sua, uscirà per sempre di scena.

Paolo Gulisano

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