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Trieste, l’ultima Insorgenza

In questi giorni, molti hanno guardato a Trieste con grande attenzione. Se l’informazione ufficiale ha cercato di minimizzare prima e demonizzare poi la protesta ai moli del grande centro portuale, parlando prima di “poche centinaia” di manifestanti, per poi cercare in tutti i modi – invano – la presenza di “violenti”, di “facinorosi”, i canali informativi del dissenso, utilizzando soprattutto i filmati realizzati con i propri mezzi, con i telefonini, o i pochi media liberi, ci hanno fatto conoscere una realtà ben diversa. Abbiamo imparato a conoscere il volto e la voce – con il magnifico, tipico accento triestino – di Stefano Puzzer, il portavoce e il leader della protesta dei portuali. Abbiamo potuto vedere le scene di spietata violenza messa in atto contro i pacifici manifestanti. Abbiamo visto e udito numerose testimonianze, davanti alle quali ogni coscienza ha potuto maturare un giudizio su questi avvenimenti.

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I numeri non mentono: quei morti covid non erano covid

Il rapporto ufficiale dell’ISS non fa che confermare che il Covid è una malattia pericolosa per la popolazione anziana e per le persone con gravi patologie concomitanti. Dei 130.468 decessi registrati dalle statistiche ufficiali al momento della preparazione del nuovo rapporto, solo 3.783 sarebbero dovuti al virus in sé. Una cifra che non giustifica il pandemonio scatenato tra lockdown e green pass. Le 126.000 persone morte nel corso degli ultimi 18 mesi sono morte perché il Covid ha destabilizzato equilibri di salute fragili, forse troppo fragili. Queste erano le persone che avrebbero potuto e dovuto essere messe in sicurezza. 

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Medici sospesi, tra umanità e competenza: non sono mostri

Nella retorica bellicistica che ha infarcito la narrazione sull’epidemia i medici sospesi dal servizio per aver rifiutato il vaccino sono dei disertori. Eppure fino a ieri erano professionisti seri e preparati. La Bussola racconta le loro storie, tra la sofferenza dell’ostilità dei colleghi e la gratitudine dei pazienti rimasti improvvisamente “orfani” che mitiga il dolore. Storie di medici, storie di medicina umana, non di mostri. Come Patrizia, pediatra, 60 anni, una vita per prendersi cura di quei bambini che la natura non le aveva dato.

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Perché spostare la scadenza di un farmaco è pericoloso

È la prima volta che a un farmaco viene allungata di tre mesi la data di scadenza. Ma è successo col vaccino Pfizer. Eppure la data di scadenza dei medicinali è proposta dalla ditta ed è autorizzata da AIFA o EMA in base a studi di stabilità condotti su ogni farmaco. L’importanza del rispetto della data di scadenza è legato alle impurezze di degradazione contenute nel medicinale, che, se presenti in quantità superiore a certi limiti, potrebbero anche mettere a rischio la vita della persona. 

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L’Aifa autorizza altri farmaci per il Covid. È tempo di terapia domiciliare

Con un comunicato stampa, l’Aifa due giorni fa ha trasmesso una notizia importante nell’ambito delle cure per il Covid. Ha autorizzato l’uso di tre farmaci: Anakinra, Baricitinib e Sarilumab, farmaci immunomodulanti, attualmente autorizzati per altre indicazioni. Meglio tardi che mai, dopo mesi in cui si sarebbero potuti già impiegare con efficacia. Ma nel comunicato si trova la solita logica ospedale-centrica: questi potenti anti-infiammatori, che hanno dimostrato di poter ridurre significativamente i danni del Covid, troverebbero applicazione solo nell’ambito ospedaliero. Mentre ora, più che mai, sarebbe il momento di rilanciare le terapie domiciliari, che invece vengono sempre più osteggiate e denigrate dai media. 

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Anakinra, il farmaco promettente che è stato ignorato

La soluzione era a portata di mano, e fin dal maggio del 2020. Lo studio dei ricercatori del San Raffaele dimostrava che molecole come Anakinra, ad azione immunosoppressiva capace di spegnere l’eccessiva risposta immunitaria e contribuire in questo modo alla ripresa funzionale dei polmoni, era una via da seguire. Ma lo studio dell’Istituto è rimasto lettera morta: l’AIFA non lo ha mai approvato.

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Dipendente e meno libero: così cambia il medico di base

Rinunciando durante la pandemia agli interventi di cura domiciliare, la medicina del territorio esce a pezzi. Infatti il governo vuole rivedere il ruolo del medico di medicina generale favorendo un passaggio ad un rapporto di dipendenza delle Asl. Così si sacrificherebbe l’autonomia professionale e la sanità non sarebbe più a misura di paziente, ma a misura di regole statali.

Come è noto, al Governo italiano, quando si parla dell’epidemia da Covid, piace molto utilizzare una terminologia bellicistica. Accettando tali metafore, si potrebbe dire che quando nel febbraio del 2020 ebbe inizio l’invasione nemica, il primo fronte a crollare – come in una sorta di Caporetto – fu la Medicina del Territorio. Una resa senza resistenza. Gli ordini dello Stato Maggiore furono di abbandonare le trincee e le difese, ripegando nelle ridotte ospedaliere.

Fuori di metafora, la strategia del Governo fu, come ben sappiamo, di rinunciare a interventi di cure domiciliari. Ai Medici di Medicina Generale, il termine corretto con cui indicare coloro che molto spesso sono ancora oggi chiamati “medici base”, eredi dei vecchi medici della Mutua e prima ancora dei medici condotti, fu chiesto di chiudere gli ambulatori, e di non recarsi a domicilio dei pazienti. Ciò ebbe le conseguenze che conosciamo. Non vennero nemmeno forniti presìdi di protezione, e tantomeno protocolli di cura. Mentre l’esercito era in rotta, ognuno cercò di arrangiarsi come poteva, e non pochi furono coloro che tentarono in scienza e coscienza di curare queste forme di gravi polmoniti, utilizzando farmaci ben noti. In seguito, dal Governo arrivarono non senza ritardo delle linee guida, ma erano quelle tristemente note della “Tachipirina e vigile attesa”. Molto probabilmente, se la linea della Medicina Territoriale avesse tenuto, se il Comando Supremo non l’avesse abbandonata, le perdite del conflitto sarebbero state molto inferiori.

Pur senza che ci sia stata un’attenta analisi di questi spaventosi errori del 2020, oggi il Governo vuole mettere mano ad una riorganizzazione della Medicina del Territorio. Dei cambiamenti radicali, che fanno pensare che sia iniziato un profondo Reset anche in campo medico. Per la sanità territoriale starebbero per essere messi sul piatto 9 miliardi di euro. Una somma considerevole che lascia immaginare l’importanza per il Governo di un settore strategico per le cure e per le professionalità coinvolte, ovvero i medici di famiglia.

Rivedere il ruolo del medico di medicina generale diventa pressoché indispensabile , e così si sta facendo strada un’ipotesi che cambierebbe profondamente il ruolo del medico di medicina generale, ma anche dei pediatri di libera scelta: il passaggio ad un rapporto di dipendenza. In pratica, medici di base e pediatri non sarebbero più – come ora – dei liberi professionisti convenzionati col Sistema Sanitario, Nazionale e Regionale, ma dei dipendenti pubblici, esattamente come lo sono i Medici Ospedalieri.

Pur con dei correttivi per i professionisti in attività da molto tempo, il rapporto di dipendenza sembrerebbe gradito ai giovani medici neolaureati, che avrebbero un posto pubblico sicuro, e soprattutto per alcune sigle sindacali. La CGIL spinge con forza su questa soluzione. C’è inoltre un disegno più vasto di riorganizzazione della rete territoriale: non più studi medici del singolo professionista, ma la futura sanità territoriale si dovrà basare sulle cosiddette “Unità complesse di cure primarie” (Uccp): strutture che ospiterebbero più medici di base, infermieri e segreteria in grado di tenere aperti ambulatori e servizi diagnostici di base con maggiore continuità.

Questo sarebbe indubbiamente un vantaggio, ma sacrificando l’autonomia professionale del professionista, o quel che ne resta, perché tra protocolli e linee guida e altri binari obbligati di tipo burocratico questa autonomia è da tempo erosa, e la pandemia lo ha rivelato in modo clamoroso. Molti  temono che le Uccp, così come un altro tipo di struttura sanitaria di cui si sta ipotizzando, le cosiddette “Case di Comunità” (con un linguaggio che sembra uscito da un film sugli Anni ’70)  trasformino quello che un tempo non lontano era chiamato anche “medico di famiglia” da libero professionista a lavoratore subordinato di un’organizzazione statale.

D’altra parte, il Segretario della CGIL ha dichiarato: «Noi chiediamo una norma stringente che porti i medici di base a lavorare nelle case della comunità. Il rapporto “fiduciario” tra paziente e medico di base spesso si rivela un rapporto “privatistico”. Noi siamo favorevoli al rapporto fiduciario, ma tra il paziente e il servizio sanitario nazionale: l’equipe multiprofessionale deve rappresentare la cellula vitale del Sistema sanitario”.

Le Case di comunità rappresenterebbero dunque il centro territoriale strategico per la presa in carico delle persone, e secondo la visione strategica che le prevede, non potrebbero  funzionare in quella che è ritenuta una “frammentazione” dei rapporti di lavoro libero professionali. All’interno di Case e Ospedali di comunità saranno collocate tutte le funzioni di cura primaria. Il tutto, naturalmente, normato e codificato dai protocolli che i sanitari che opereranno in queste strutture, di cui saranno dipendenti con tutti gli obblighi che ne conseguono, dovranno scrupolosamente applicare. Una Sanità non più a misura di paziente, ma a misura di regole statali.

Paolo Gulisano

https://lanuovabq.it/it/dipendente-e-meno-libero-cosi-cambia-il-medico-di-base

Niente cure ai non vaccinati: il great reset della Medicina

È in corso un mutamento profondo, che potrebbe segnare la fine della medicina ippocratica e umanistica: lo si vede nella volontà di molti medici di non curare i pazienti che arrivano in ospedale se non vaccinati. E di insultare i parenti che accompagnano gli anziani. Ma quale sarebbe la colpa dei non vaccinati? Non essersi sottoposti ad una profilassi sperimentale? L’idea che ci siano pazienti da castigare fa parte di uno stato etico che ha cancellato 2500 anni di medicina come arte del prendersi cura di ogni persona. 

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Come vaccinare i giovani, con tecniche di adescamento

“Vaccinati e avrai un gelato in omaggio”. “Se ti vaccini ti dò dieci euro di tasca mia”. Per spingere dei giovani da 12 a 17 anni (tasso di letalità da Covid del 0,0002%) a fare una scelta importante si svilisce la medicina preventiva con mezzucci che ricordano l’adescamento.

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Più vaccini, più varianti: la verità del fine pandemia mai

Uno studio di Nature indica nel 60% di popolazione vaccinata la soglia necessaria affinché la variante resistente prenda il sopravvento: proprio la percentuale di vaccinazioni appena raggiunta in Italia e che il Governo vuole ulteriormente aumentare, attraverso le vaccinazioni dei giovanissimi. Ciò avrà come conseguenza uno stato di guerra permanente, uno sconvolgimento della vita di milioni di persone, costrette a vivere in un clima di terrore e insicurezza che deve continuare, e certamente la parola Covid non scomparirà affatto dalla nostra vita. 

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