LEWIS E TOLKIEN PER LE NOSTRE ANIME ASSETATE DI BELLEZZA

NELLA TERRA DELLE OMBRE

Un giorno di novembre il dott. Paolo Gulisano mi ha donato il libro che aveva appena finito di scrivere, “Nella terra delle ombre”, che tratta della vita e delle opere del celebre scrittore inglese Clive Staples Lewis. L’ho apprezzato così tanto che ho pensato di condividere le parti che mi hanno colpito di più, sperando di invogliarvi a leggere questo bellissimo libro.

Avevo letto Narnia quando ero piccola, e non avevo minimamente idea di come Lewis avesse celato contenuti così profondi in un linguaggio apparentemente semplice e infantile.

Come scrive il prof. Gulisano, la fiaba ci mostra i valori più importanti per i quali vale la pena vivere, facendoci comprendere che anche nelle vicende del mondo si può scoprire un significato nascosto e trascendentale. La fiaba ci insegna a guardare il mondo con uno sguardo diverso.

Le storie fantastiche di Lewis, come anche quelle di Tolkien, sono la rappresentazione delle sfide che si é chiamati a vivere ogni giorno. Non si tratta di una pura evasione dalla realtà per rifugiarsi nella fantasia, ma dell’occasione per volgere lo sguardo verso cose grandi, verso noi stessi e la nostra anima assetata di Bellezza.

Entrando un po’ più nel dettaglio, nella prima parte del libro é raccolta la biografia dell’autore. Egli ebbe una vita particolarmente dura, che lo portò ad allontanarsi sempre di più dalla fede. Un giorno, però, si trovò tra le mani un’opera di Chesterton che, grazie anche all’amicizia di Tolkien, “fu una sorta di medicina per l’anima di Lewis, un antidoto nei confronti dei veleni entrati nel suo cuore con l’esperienza del college, con l’abbandono della fede, con gli orrori della guerra. (…) A distanza di tempo da quella significativa lettura, nella sua mente risuonava ancora l’eco della gioia autentica e ragionevole del cristianesimo come l’aveva sorprendentemente trovata in Chesterton”.

Alla fine si lasciò toccare il cuore dall’Onnipotente, e così, dopo tutto, era il cristianesimo la risposta, a lungo attesa, alle sue inquietudini. Tra i diversi pensieri sulla fede, ne cito alcuni, a partire dal racconto della sua conversione: «mi arresi, ammisi che Dio era Dio e mi inginocchiai per pregare: fui forse, quella sera, il convertito più disperato e riluttante d’Inghilterra»; «Ora so, Signore, perché tu non dai risposte. Tu stesso sei la risposta. Davanti al tuo volto ogni domanda muore sulle labbra. Quale altra risposta sarebbe soddisfacente?»; «Se Glielo consentiremo (perché, volendo, possiamo impedirGlielo) Egli trasformerà il più debole e sozzo di noi in un dio o in una dea, in una creatura splendente, radiosa, immortale, pulsante in ogni fibra di un’energia, una gioia, una sapienza, un amore per noi ora inimmaginabili: uno specchio luminoso e immacolato che rimanda perfettamente a Dio.»; «se Dio sussurra nella gioia, e parla delicatamente alle nostre coscienze, al contrario grida nelle nostre sofferenze, e il dolore è il Suo megafono per svegliare un mondo sordo».

Era diventato importante per lui compiacere il Signore, “Soddisfare Dio… essere veri ingredienti della felicità divina… essere amati da Dio, non solo compatiti, ma compiaciuti di questo come un artista si compiace della sua opera o un padre del figlio”. La sua conversione portó anche altre anime alla scoperta dell’amore di Dio, prima tra tutti la sua amata, Joy, che scrisse cosí: «Per la prima volta in vita mia mi sentivo impotente, per la prima volta in vita mia il mio orgoglio fu costretto ad ammettere che, dopo tutto, io non ero “padrona del mio fato”, e “comandante della mia anima”. Tutte le mie difese – le mura di arroganza, prevenzione ed egoismo dietro le quali mi ero nascosta da Dio – crollarono in un momento. E Dio entrò. (…) Capii che Dio era sempre stato lì e che, fin dall’infanzia, avevo impiegato metà delle mie energie nel tentativo di tenerlo fuori. La mia percezione di Dio durò forse mezzo minuto. Quando finí, mi ritrovai in ginocchio, a pregare. Credo di essere stata l’atea più stupefatta del mondo»

Scoprendo la fede, Lewis scoprí anche il vero amore. Scrisse infatti: «Tu non puoi provare amore per una creatura completamente fino a che tu non ami Dio»; «La lode è il modo dell’amore che ha sempre in sé un elemento di gioia. Lode nel giusto ordine: di Lui come donatore, di lei come dono»; «Dopo il Santissimo Sacramento, il vostro prossimo è l’oggetto più sacro che viene offerto ai vostri sensi».

Nelle Lettere di Berlicche, Lewis scrisse anche a proposito dell’inferno: «vi sono due errori, uguali e opposti, nei quali si può cadere nei riguardi del diavolo; uno è di non credervi, e l’altro di avvertire per esso un interesse eccessivo e malsano. Naturalmente il demonio è ben contento di ambedue gli atteggiamenti, e saluta con la stessa soddisfazione “il materialista e il mago”, ossia i due modelli di queste opinioni riguardanti il mistero dell’Iniquità. Il materialista scettico e il mago, ovvero il cultore dell’occulto, dell’esoterico, portano entrambi acqua al mulino di Satana, sia nel negarne l’esistenza sia nell’enfatizzarla».

Il capolavoro di Lewis fu Narnia, apparentemente una fiaba per bambini, ma che in realtà racchiude significati profondissimi. “Narnia, come molte cose belle, é nascosta agli occhi. Occorre una disposizione particolare per trovarla”. Il dott. Gulisano ci aiuta a comprendere meglio quest’opera: “In Narnia, Lewis tratta il tema della corruzione, dell’Ombra che avanza e che guasta il bene e il bello. Ripropone anche il tema dell’ eterna lotta del bene contro il male, mostra come il male agisce, come si fa strada nei cuori, come attira e corrompe, e anche come a esso ci si può opporre, con la forza di volontà, il coraggio e soprattutto la fede, presenti in tutti coloro che seguono Aslan.”

Aslan viene scelto da Lewis per rappresentare Cristo, che si sacrifica per l’umanità. Viene scelto proprio un leone in quanto nell’antica simbologia cristiana, quest’animale rappresentava Cristo stesso. E gli altri personaggi, invece? “Qualcuno ha visto in Edmund la figura biblica di Giuda ma in realtà Edmund rispecchia ciascuno di noi, con la sua debole fede e una volontà vacillante, che può essere vittima di vari tipi di incantamenti, ma che può essere salvata dalla Grazia”, “La scimmia che vuole usurpare il posto di Aslan è l’Anticristo, che la Scrittura definisce “la scimmia di Dio”.

“Il Dio cristiano a Narnia non c’è, non è manifesto, come non lo è nella Terra di Mezzo di Tolkien, ma poche opere, come questi romanzi fantastici, sono in grado di suscitare una nostalgia sana e santa per Lui, per la Verità negletta dimenticata”; “Narnia ci insegna che l’uomo è fatto per la verità, che può raggiungerla. E tale ricerca non è vana”; “Il mondo di Narnia lascia ai lettori la sensazione del bello, lascia la speranza che la giustizia possa trionfare e lascia il gusto buono della gioia, di quella gioia bambina che Lewis aveva descritto con passione, cercando di tenere i suoi lettori svegli e lucidi, liberi dal sopore indotto dalla fredda volgarità del mondo moderno”.

Lewis definisce il sentiero del cosiddetto “progresso”, senza la coscienza religiosa, “una strada che porta all’inferno” e rappresenta per lui la maggior minaccia per l’uomo. All’obiezione che non si può rimettere indietro l’orologio, Jack avrebbe risposto, con un paradosso dal sapore chestertoniano, che invece è possibile farlo, ed è anche una cosa sensata, soprattutto se l’orologio sbaglia. Il professore ci spiega che “la critica al progresso di Lewis non è fuga dalla realtà, né rifiuto della nostra condizione concreta. È significativo che nelle avventure di Narnia i piccoli protagonisti (vadano e vengano dalla Terra Incantata, passando attraverso l’armadio, quasi a volerci ricordare che la fantasia è una risorsa, un aiuto, un conforto, ma poi ci tocca tornare ad affrontare la dura realtà. Lewis non respinge il progresso in quanto tale, se però con tale parola intendiamo dire avvicinarci al luogo dove vorremmo essere. Ma se abbiamo sbagliato strada, andare avanti non ci porta più vicino alla meta.

Se siamo su una strada sbagliata, il vero modo di progredire e raggiungere la meta consiste nel tornare indietro e prendere la strada giusta; e in questo caso, prima si torna indietro, e più si progredisce. In aritmetica se sbaglio una somma dall’inizio, prima lo ammetto e ricomincio da capo e più rapidamente andrò avanti. Non c’è niente di progressivo nella cocciutaggine e nel rifiuto di ammettere uno sbaglio, e a Lewis pareva, considerando lo stato presente del mondo, che l’umanità avesse fatto qualche grosso sbaglio e fosse su una strada sbagliata. Da qui la sua richiesta di tornare indietro: «Tornare indietro è il modo più rapido di andare avanti».

Per Lewis ogni nuovo potere raggiunto dall’uomo è anche un potere sull’uomo. Ogni passo in avanti ci lascia al tempo stesso più deboli e più forti. In ogni vittoria, oltre a essere il generale in trionfo, l’uomo è anche il prigioniero che segue il carro trionfale. «Se una qualsiasi generazione raggiungesse davvero, attraverso l’eugenetica e l’istruzione scientifica, il potere di fare dei propri discendenti ciò che vuole, tutti gli uomini nati dopo dipenderebbero da tale potere. E sarebbero più deboli, non più forti: infatti, pur avendo messo nelle loro mani macchine straordinarie, avremmo anche prestabilito in che maniera dovrebbero usarle.»

“Nel leggere queste parole scritte tra il 1943 e 1945 non si può non rimanere stupiti: Lewis sembra disegnare gli scenari contemporanei, con vite umane poste sotto il potere di controllo di altri, attraverso i condizionamenti economici, sociali, per giungere alla manipolazione biomedica, all’eutanasia e all’eugenetica. Il potere dell’uomo di fare di sé stesso ciò che vuole significa in realtà il potere di alcuni uomini di fare di altri uomini ciò che essi vogliono”.

Il professor Gulisano, grande conoscitore com’é delle opere di Lewis, ha colto l’essenza del pensiero dello scrittore e ce lo comunica con grande passione e maestria, in modo che anche noi possiamo apprezzarlo.

Eleonora Bonfanti

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