Qua la mano vecchio e caro Chesterton

di Luca Fumagalli

Ricordo benissimo la prima volta che lessi un romanzo di Chesterton. Fino a quel momento lo scrittore inglese era per me un nome come altri, sottratto ai cantucci più remoti della memoria solo perché mi veniva facile associarlo alla figura di Padre Brown di cui avevo sfogliato distrattamente qualche racconto al tempo della scuola. Il libro era L’uomo che fu giovedì. Credo sia uno dei testi più surreali e complessi di tutta la bibliografia chestertoniana, ma all’epoca, ovviamente, lo ignoravo. Fu una fiammata. Una pagina via l’altra e giunsi di volata al finale. Non ci capì nulla.

Mi sentivo addosso il peso di una sfida lanciatami in qualche modo da un paroliere che, a tutta prima, mi appariva in verità piuttosto pretenzioso. Troppi periodi contorti, troppi paradossi uno via l’altro, troppe involute retoriche rendevano il testo eccessivamente ponderoso, a tratti macchinoso (più tardi scoprì che molti detrattori di Chesterton la pensavano come me all’epoca). Non mi arresi. Ripresi il volumetto in mano con volontà di rivincita. Lo rilessi tutto d’un fiato. Avrei finalmente trovato il bandolo della matassa, a costo di perdere il sonno. Come prevedibile, continuai a non capirci nulla.

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Chesterton, l’uomo che usava Dio come Prozac

 

 

 

 

 

 

Libero del 19/07/2017

Con «Padre Brown» cambiò il poliziesco, il suo humour cristiano salvò dall’angoscia i lettori Un saggio filosofico delinea, a 80 anni dalla morte, il pensiero modernissimo del grande scrittore

di Caterina  Maniaci

Aveva previsto molte cose, dal potere dell’eugenetica, alle rovine che avrebbe disseminato il capitalismo selvaggio, dalle tentanzioni delle dittature alla progressiva scristianizzazione delle società «progressiste» e persino l’islamizzazione dell’Inghilterra e non solo (leggere l’illuminante L’osteria volante per credere). Forse non aveva previsto – non completamente il grande successo di un personaggio-topos per gli occidentali a venire: l’investigatore in tonaca, quel padre Brown che ha disseminato di discendenti il Novecento e anche il Duemila, fino alla tonaca svolazzante in bicicletta del don Matteo nostrano con la faccia e il fisico di Terence Hill. Stiamo parlando di Gilbert.K. Chesterton, geniale, prorompente, vitale e inarrestabile: ora in Italia viene dedicato un saggio esaustivo allo scopo di metterne in luce il pensiero, l’opera, il carisma, l’influenza che fanno di questo autore e di quel che ha fatto, vissuto e scritto una sorta di continente vasto e forse, soprattutto per noi italiani, non del tutto esplorato.

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“Vi racconto Chesterton”, l’inventore di don Matteo

di Damiano Mattana – www.interris.it

Giornalista, narratore, saggista ma anche filosofo, pensatore e, addirittura, teologo: una straordinaria varietà di talenti convogliati nella monumentale figura di Gilbert Keith Chesterton, l’intellettuale londinese che, sulla base del suo rapporto con la fede cristiana, costruì la sua enorme sfera culturale, capace di sondare l’interiorità del pensiero umano in tutte le sue sfaccettature. La sua è stata una visione profonda, poliedrica, dispensatrice di sempre nuove sorprese e soggetta alle più diverse interpretazioni, forse proprio per la sua capacità di spaziare con sapienza e saggezza attraverso tutte le sfere dell’intelletto, regalando letture approfondite dell’uomo anche attraverso la creazione di personaggi come padre Brown, il prete investigatore “progenitore” del nostrano Don Matteo. È possibile racchiudere in un’opera una tale grandezza spirituale e cognitiva? Raccontare in un volume l’incredibile vastità culturale di una figura che, a cavallo fra l’800 e il ‘900, seppe interpretare al meglio i timori dell’uomo verso la modernità e renderle parte di una sofisticata ricerca della verità cristiana? È quanto abbiamo chiesto a Paolo Gulisano, saggista e autore, assieme a don Daniele De Rosa, del libro “Chesterton – La sostanza della fede”.

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Ecco gli aborti causati dalla contraccezione

Nel 2016, emerge dai dati, il 51% delle 60.592 donne che si sono rivolte al Bpas per abortire stava utilizzando almeno una forma di contraccezione quando è rimasta incinta. E il 24%, circa 15.000, ovvero un quarto, stavano usando quelli che sono considerati i metodi contraccettivi più efficaci, ovvero quelli ormonali come la pillola, il cerotto o l’anello vaginale. Inoltre chi ha utilizzato questi metodi ha avuto in media aborti in una fase successiva della gravidanza rispetto ad altre donne, poiché non si aspettava che la contraccezione fosse fallita. Nessun metodo, sottolinea il report, è efficace al 100%. Eppure le pillole contraccettive sono considerate di gran lunga il modo più popolare di “proteggere” contro una gravidanza indesiderata tra le donne, ma la loro efficacia è valutata dagli esperti intorno al 91%: ovvero su 100 donne che la usano 9 restano comunque incinta.

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Lo Stato vaccina per il “bene del popolo”

Si avvia alla conclusione l’iter parlamentare riguardante il Decreto Lorenzin sulle vaccinazioni, un tema che ha acceso gli animi e che ha visto una certa radicalizzazione dello scontro politico con una ricaduta conseguente sull’opinione pubblica, portata ormai purtroppo a schierarsi manicheisticamente da una parte o dall’altra, senza preoccuparsi troppo di usare il proprio cervello. Per rendersene conto basta leggere i commenti lasciati da molti lettori sui social network o sui forum dei siti per rendersi conto di quale polverone sia stato sollevato in merito alle vaccinazioni.

Questo giornale ha sempre espresso una linea ben precisa: non si tratta di mettere in discussione i benefici venuti da questo tipo di pratica medica, ma di valutare con attenzione l’uso che delle vaccinazioni si sta facendo, e di vigilare anche su certe pratiche vaccinali che sottendono determinate visioni ideologiche, come la vaccinazione contro il Papilloma Virus che potrebbe fornire la falsa sicurezza di essere immuni da malattie a trasmissione sessuali invitando implicitamente a comportamenti sempre più trasgressivi. E non da ultimo, la vaccinazione dovrebbe essere sempre proposta e mai imposta, rispettando la responsabilità genitoriale alla quale lo Stato non si deve sostituire.

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“Chesterton, La sostanza della fede”

 

 

 

 

NELLE LIBRERIE A PARTIRE DA DOMANI 30/06/2017

CHESTERTON, La sostanza della fede

Gilbert Keith Chesterton: il più brillante giornalista dell’Inghilterra del XX secolo, scrittore poliedrico che seppe spaziare dai gialli, dov’era protagonista il suo personaggio più fortunato, il prete-detective Padre Brown, ai saggi storici, dalla politica alla filosofia, il tutto espresso con magnifica leggerezza, con l’uso magistrale del paradosso. Un uomo intenso, appassionato cercatore di verità, un polemista che finiva per diventare amico dei suoi avversari. Un lucidissimo e profetico interprete della modernità. A ottant’anni dalla sua morte Chesterton è più interessante che mai, e questo libro è la più completa guida al «Chesterton-pensiero » mai pubblicata.

Autori: Paolo Gulisano – Daniele De Rosa

Edizioni Ares

pp. 248

€ 16

Il libro verrà presentato domani, venerdì 30 giugno, al Chesterton Day

Bob Dylan ha capito che Moby Dick è Dio

La Verità – 11/06/2017

Bob Dylan ha accettato il Nobel e nel discorso scritto per l’occasione, ha fra l’altro spiegato che “Moby Dick” di Herman Melville è una delle opere che ha maggiormente segnato lui ed i suoi testi: “il tema, con quel che implica, è presente in molte delle mie canzoni.”

Ma che legame può esserci fra i brani musicali di Dylan e la Balena Bianca? Il romanzo di Melville presenta una trama semplice, ma come intuisce il cantautore, “pretende molto dal lettore”. Nel corso degli anni in effetti innumerevoli critici hanno scritto su quest’opera. Alcuni hanno letteralmente analizzato parola per parola, altri hanno perfino decifrato le simbologie numeriche contando capitoli e paragrafi…

 

 

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LETTURE/ Frederick Rolfe, storia di un dandy paranoico che trovò la fede

Il recente lavoro di Luca Fumagalli “Il viaggio sentimentale di Frederick Rolfe” racconta la vita e l’opera dello scrittore inglese, convertito al cattolicesimo nel 1886

Una delle più intriganti serie televisive dell’ultima stagione è stata indubbiamente “The Young Pope”, targata Paolo Sorrentino, mandata in onda da Sky Atlantic. La storia di Lenny Belardo, giovane cardinale americano eletto Sommo Pontefice con il nome di Pio XIII, non è che l’ultimo esempio dell’interesse che la letteratura, in particolare quella dell’immaginario, ha sempre avuto per la Chiesa cattolica e in particolare per i suoi vertici. Da Il Cardinale di Robinson a Guido Morselli, dal papa russo immaginato negli anni 80, in piena Guerra Fredda, da Morris West fino a chi ha dato continuità alle avventure di Padre Brown portandolo sul Soglio di Pietro, la fantasia degli scrittori si è spesso sbizzarrita intorno al Successore del Principe degli Apostoli.

Una delle opere più significative di questo filone, che sembra avere ispirato almeno in parte la serie di Sorrentino, è Adriano VII, dello scrittore inglese Frederick Rolfe, un personaggio singolarissimo vissuto alla fine dell’800 e morto a Venezia nel 1913. Rolfe appartiene a quel gruppo di artisti inglesi dell’ultima parte dell’epoca vittoriana che furono attratti dal cattolicesimo, da quella Chiesa che — uscita finalmente da quelle catacombe in cui l’aveva confinata per tre secoli l’establishment britannico — aveva conosciuto a partire dal grande convertito John Henry Newman una nuova entusiasmante primavera. Se molti dei convertiti al cattolicesimo divennero degli apologeti e dei testimoni della fede, da Coventry Patmore a Pugin, fino al grande Chesterton, altri furono invece artisti anticonformisti e controversi, come Oscar Wilde, Aubrey Beardsley, e come appunto Frederick Rolfe, la cui vicenda umana e artistica viene narrata da Luca Fumagalli nel volume di recente pubblicazione Il viaggio sentimentale di Frederick Rolfe, Edizioni Radio Spada.

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Gulisano ricorda il grande Celtic: la presentazione domani in libreria

21/06/2017 – Nel novembre del 1887 venne fondato in uno dei più poveri quartieri di Glasgow, in Scozia, il Celtic Foot Ball Club. Il Celtic, destinato in seguito a diventare uno dei più prestigiosi club calcistici al mondo, nacque come una sorta di “squadra dell’oratorio”, per iniziativa di un religioso, Fra Walfrid, originario della Contea irlandese di Sligo. Glasgow,dalla metà dell’800, aveva accolto decine di migliaia di irlandesi che cercavano lavoro, sfuggendo alla miseria che imperversava sulla loro terra, e che ricoprivano i ruoli più poveri: minatori, muratori, operai nelle fabbriche di una delle più grandi città industriali del regno. Vivevano in tuguri, in quartieri-ghetto, discriminati per la loro fede cattolica. Solo la Chiesa era accanto ai loro bisogni, attraverso la presenza di sacerdoti e religiosi, che con grandi sacrifici diedero vita a strutture parrocchiali, a chiese e scuole…e al Celtic. La finalità della squadra biancoverde di raccogliere fondi, attraverso partite e tornei, da destinare alle opere di carità non è mai venuta meno, così come l’essere un punto di riferimento, attraverso bandiere, canti e iniziative parallele, per le comunità irlandesi presenti in tutto il mondo. Con le sue vittorie il Celtic diede alla comunità irlandese in Scozia e in tutta la Gran Bretagna l’orgoglio di una appartenenza e di una identità, e il sapore dolce della vittoria per un popolo che non poteva essere solo di vinti.

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