Il lato oscuro dell’Urbe

INTERVISTA A SILVIA STUCCHI: “SONO CATTIVI QUESTI ROMANI

Silvia Stucchi è docente presso l’Università Cattolica di Milano, ed è una delle ultime grandi studiose della cultura latina e della storia romana. Membro scientifico della SIAC (Société Internationale des Amis des Cicéron) e della SIEN (Société Internationale des Études Neroniennes), ha pubblicato saggi divulgativi di grande interesse e svolge attività di giornalista pubblicista su varie testate cartacee e on line. La sua ultima opera edita dall’Editrice Ares è “Cattivi. Il lato oscuro dell’antica Roma”.

Silvia Stucchi indaga ombre e crudeltà dell’antica Roma, raccontandoci vita e gesta di tredici personaggi inchiodati alla nomea di malvagi o associati troppo facilmente a un’aura di magnanimità. In queste pagine, vivaci ma rigorose, appaiono sotto nuova luce Romolo e Giuliano l’Apostata, Silla e Tiberio, Catilina e Caligola, Augusto e Nerone, Fulvia e Commodo, Tarquinio il Superbo e Livia. Fonti e testimonianze, spesso trascurate a scuola, ci restituiranno una visione a tutto tondo di personaggi e momenti salienti della storia romana.

L’abbiamo intervistata per capire anche il legame tra gli avvenimenti di quell’antico Impero e quelli di oggi.

Professoressa Stucchi, leggendo il suo libro, il primo pensiero è andato a un celebre adagio latino: Historia magistra vitae. È proprio così?

In un certo senso, sì, perché il modo in cui i Romani guardavano alla storia e leggevano la loro storia era profondamente intriso di moralismo, e, per certi versi, a livello di luoghi comuni e di topoi, è ancora così, non a livello di politologia, ovviamente, ma nella considerazione generale e nel modo con cui guardiamo alla storia e giudichiamo i suoi protagonisti. Se poi dovessimo intendere invece il detto romano nel senso che la conoscenza della storia dovrebbe metterci al riparo dal commettere nuovamente gli stessi errori, ebbene, no, allora in questo senso davvero la lezione del passato non è stata recepita: ma, purtroppo, quando lo è stata?

Un altro volume sulla storia di Roma. Oltre all’interesse professionale, cosa l’attrae tanto nel passato dell’Urbe?

Per prima cosa, il mondo romano, e anche quello greco, rappresentano il nostro passato, e chi non conosce da dove viene difficilmente sa con cognizione di causa dove andare. Inoltre, Roma ha lasciato tracce ovunque nel nostro paesaggio, urbano e non, nella nostra lingua, nel diritto, nelle istituzioni; e ha lasciato una letteratura non solo raffinatissima e sofisticata, ma anche capace di affondare in profondità nell’abisso dell’animo umano, con tratti di introspezione che la rendono ancora oggi modernissima e attuale.

Il suo volume esplora quello che potremmo definire il lato oscuro della storia di Roma. È così?

Il sottotitolo è ammiccante, ma, devo dire, in realtà nel volume cerco di non indulgere a un côté scandalistico: non mi concentro sulle nefandezze private dei Cesari e dei condottieri, e delle loro consorti, come a volte si è fatto (e, devo dire, con risultati spesso veramente divertenti e degni di un moderno rotocalco); piuttosto, cerco di riscattare alcuni personaggi vincolati alla nomea di malvagi, andando a indagare le fonti che parlano di loro; molto spesso, come molti già ricorderanno dagli studi liceali o universitari, esse sono pregiudizialmente ostili, perché, ricordiamolo, la storia la scrivono, sempre, in ogni tempo e a ogni latitudine, i vincitori. Viceversa, nel volume si incontrerà anche qualche figura che, per quanto circonfusa di gloria e apprezzamenti positivi dei contemporanei e dei posteri, ha qualche scheletro nell’armadio… L’invito, e la regola d’ingaggio per il lettore, direi, è: leggiamo le fonti, e, in generale, i classici, in prima persona, anche in traduzione, se il nostro latino dai tempi del liceo si è arrugginito, e avremo delle belle sorprese, per esempio, a proposito di Tiberio, che scommetto rivaluterete.

Spesso si pensa che i mali di Roma fossero quelli legati alla decadenza, al Basso Impero, ma il suo libro mostra che fin dall’inizio c’era qualcosa che non andava…

Più che altro, la storia è sempre stata dominata dalla violenza, dagli egoismi, dalle prepotenze: non lo dice forse Agostino che la Città dell’Uomo e la Città di Dio saranno sempre mescolate? “Basso Impero”, tra l’altro, è una espressione ancora oggi usata colloquialmente, che non ha molto senso (non più di “Basso” e “Alto” riferito al Medioevo), per giunta legata a un giudizio di merito che non ha molto senso di essere. Vero è che Roma nasce da un atto cruento e violento come un fratricidio, ma, del resto, anche nella Genesi, dopo aver ucciso Abele, è Caino che fonda città e ha una folta discendenza.

Lei si è già occupata di due celebri terribili cattivi di Roma, Nerone e Caligola. Sembra che Roma abbia dato il peggio di sé nel confronto con il Cristianesimo, almeno agli inizi. Perché tanto odio?

Diciamo che ai tempi del regno di Caligola (che  fu princeps dal 37 al gennaio del 41). dei Cristiani non si faceva nemmeno menzione, per cui, quanto meno, tra le accuse che sono rovinate addosso a questo imperatore (complice la tendenziosità delle fonti o la mancanza di contestualizzazione di alcune notizie, come alcune riportate da Svetonio), quella di aver incrudelito contro i Cristiani non figura. Mentre per Nerone, il caso è diverso: avrebbero potuto essere i Cristiani come qualunque altra setta oscura e poco stimata (Tacito dice che i seguaci di quello che chiama “Cresto”, erano invisi e tacciati di “odio per il genere umano”) a venire individuati dall’imperatore come capro espiatorio per stornare le accuse – ingiuste – di essere stato lui il mandante del grande incendio di Roma e la mente dietro il disastro. Il racconto di Tacito riferisce supplizi che erano un misto di crudeltà e spettacolarità; questo in particolare (come anche il matricidio, diciamolo) causò l’orribile nomea di Nerone, e tutte le leggende che circolarono nel Medioevo sulla sua morte, sulla sua tomba, e sugli spettri e demoni che la infestavano.

Cosa ci insegna oggi la parabola dell’Impero Romano?

L’Impero Romano ha anticipato la moderna globalizzazione, per molti versi, e questo è un concetto ormai ampiamente condiviso; è stata una compagine statale che è durata per secoli, e la cui forza era stata anche la capacità di cambiare e di adattarsi ai tempi e alle loro esigenze. Anche dopo la “caduta” dell’Impero Romano d’Occidente, nel 476 (e che dovette colpire molto meno la coscienza collettiva rispetto, per esempio, al sacco di Roma nel 410), le istituzioni, le forme del diritto etc sopravvissero nei regni romano-barbarici, perché un’entità così complessa non si disintegra senza lasciare traccia: questo ci insegna a guardare alla storia non nel senso di fratture e brusche cesure, ma nel segno dell’attenzione alla continuità, alla permanenza di usi, istituzioni, etc., e nel segno del lento cambiamento: un grande insegnamento per chiunque.

Paolo Gulisano

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