Archivio mensile:Luglio 2026

EMILY DICKINSON: la gemma oscura della poesia

Foto copertina del libro Emily Dickinson. Gemma oscura di Paola Tonussi, Edizioni Ares, 2026
Di Emily Dickinson, poetessa americana dell’800, mi ha sempre colpito una frase, che anni fa riportai in un diario, come un epigramma: “Non c’è vascello che possa eguagliare un libro per portarci in terre lontane.”

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Fabrizio De Andrè era un ribelle di regime

LA VERITA’ SU UNO DEI CANTAUTORI PIU’ FAMOSI…

In questo periodo estivo parrocchie e associazioni e movimenti cattolici organizzano campi e vacanze. Momenti di svago di sport e di allegria, ma anche di formazione, auspicabilmente. In questi campi ovviamente si suona e si canta, attingendo a un vasto panorama di canzoni. Tra queste, non mancano mai le storiche canzoni di Fabrizio De André, cantautore genovese diventato famoso già negli anni ’60 dello scorso secolo. De Andrè è dunque un evergreen, anche sui pullman e nei campeggi parrocchiali. Eppure, purtroppo, pochi si sono resi conto dei contenuti dei testi di “Faber” (così l’aveva soprannominato l’amico Paolo Villaggio): testi che sono in aperta contraddizione coi valori e i princìpi cristiani.

Chi ne ha colto tutta la valenza negativa è stato Michele Antonelli, una vita come consulente dei sistemi informativi in Europa dell’Est, Asia e Africa, antropologo culturale, che qualche anno fa pubblicò “Il ribelle di regime. La funzione antisociale delle canzoni di De André“, pubblicato dalla casa editrice Il Cerchio. Un  libro da riscoprire. Lo abbiamo intervistato.

Michele, partiamo dal titolo del tuo libro: perché “ribelle di regime”?

È un ossimoro che, secondo me, esprime la contraddizione insita in un presunto contestatore del potere le cui canzoni sono trasmesse in prima serata. Questo titolo ha una sua storia, legata alla nascita stessa del libro. Una sera, dopo la presentazione di un mio libro sullo smembramento della Jugoslavia nei conflitti degli anni ’90, cenai insieme a un gruppo di ragazzi scontenti dei nostri governi. Uno di loro menzionò De André come esempio di dissidente. Gli replicai: “Stai scherzando? I veri dissidenti vengono tacitati o, in casi estremi, eliminati dal potere, non celebrati dai media mainstream!” Ne nacque una discussione e un’amichevole sfida in cui mi impegnai a dimostrare quanto sostenevo. Organizzammo una conferenza dal titolo “De André – Analisi di un anarchico così caro al potere”, da tenere nella sala consiliare del comune di Bellante, in provincia di Teramo. Il giorno della conferenza, due sedicenti anarchici sigillarono il portone del comune e lanciarono dei volantini in cui mi accusavano di fascismo e mi minacciavano di morte. Dovetti parlare sotto la sorveglianza di undici rappresentanti delle forze dell’ordine! Dalla sorpresa degli ascoltatori e dalle reazioni di alcuni di essi, mi convinsi che il tema meritava un libro. Ma, in considerazione dell’accaduto, nel titolo sarebbe stato prudente evitare la parola “anarchico”. Così rinunciai a “L’anarchico di regime”, cui avevo pensato inizialmente, e optai per “Il ribelle di regime”, ugualmente significativo ma meno compromettente.

Spulciando le canzoni di De Andrè, che cosa hai trovato?

Appare un quadro impressionante. Delle 123 canzoni di De André, 43 attaccano la religione; 26 esaltano la libertà sessuale; 23 esprimono oscenità, volgarità o sensualità; 18 si scagliano contro il matrimonio e la famiglia; 17 accusano il sistema giudiziario e penitenziario semplicemente perché commina delle pene; 16 demonizzano i militari e la guerra (non quella offensiva, ingiusta – badate bene – ma ogni guerra, compresa quella difensiva); 13 invitano alla comprensione per drogati e bevitori; 12 esortano alla ribellione contro il potere, a prescindere dalla sua bontà, e 7 contro i genitori; 11 inducono alla comprensione per i ladri; 9 a quella per gli omicidi e altrettante apprezzano il mestiere della prostituta; in numero di 7 sono quelle che menzionano in un’aura di poesia l’aborto oppure disprezzano la fertilità, quelle che attaccano le forze dell’ordine, quelle che si fanno beffe dei cosiddetti benpensanti. Poi, in gruppi meno numerosi, altre canzoni invitano alla comprensione o all’apprezzamento per suicidi, persone abiette, omosessuali, pigri, pazzi e stravaganti, zingari e immigrati, avventurieri, invidiosi; mentre altre, anch’esse poco numerose, attaccano entità che fanno parte della nostra tradizione, come l’aristocrazia, persone del mondo rurale, personaggi che esercitano una professione intellettuale, notai ed altri benestanti.
Insomma, un cocktail che, esaltando ciò che prima era considerato vizio e biasimando ciò che era considerato virtù, prometteva di liberarci da varie forme di costrizione. In realtà, però, contribuiva a demolire un’impostazione sociale piuttosto equilibrata, consolidata nei secoli, se non nei millenni, per dare adito a nuove forme di controllo e di sfruttamento ai danni delle classi popolari, a vantaggio delle élite nazionali e internazionali. Per questo motivo, a queste ultime, che gestiscono i mass media, giovava e giova ancora promuovere De André e i suoi consimili, ribelli nei confronti delle vecchie istituzioni, compresa la famiglia, ma funzionali al nuovo ordine iper-capitalistico (il diagramma dimostra l’intricato intreccio di relazioni che legano le espressioni sessantottine ai profitti del grande capitale).

Musica e audio

Qual è secondo te l’aspetto più inquietante di queste canzoni?

Senza dubbio, il successo che hanno avuto. Che in un Paese di antica civiltà come l’Italia, dove hanno scritto teologi come San Tommaso d’Aquino e hanno predicato sociologi come San Bernardino da Siena, ci si lasci influenzare in massa da apparenti innovazioni, idee strampalate come quella dell’amore libero, di cui gli intellettuali dovrebbero conoscere la fallacia e le persone comuni sospettare l’infondatezza, è davvero deludente. Naturalmente De André è stato soltanto una pedina di una compagine massiccia e strutturata, incaricata di una campagna culturale onnipervasiva, che ha mobilitato, oltre alla  musica leggera, la cinematografia, la letteratura e tutti gli altri settori dei mass media. Tuttavia, ripeto, in un Paese ricco di cultura come l’Italia, per le suddette nuove idee si poteva sperare in un atterraggio meno morbido.

Tra le idee negative di De André qual è ancora oggi la più pericolosa?

Credo che, a pari merito sia per la loro importanza sia per la frequenza con cui vengono menzionate, siano l’attacco alla religione e quello alla purezza e alla famiglia, talvolta formulato come esaltazione dell’amore libero. Il primo rafforza il materialismo dominante, estraneo a qualsiasi comandamento, irridente a qualsiasi concetto dottrinale che ponga dei limiti morali, responsabile di molte ingiustizie; il secondo dà manforte all’assurdo battage condotto contro il cosiddetto patriarcato, contribuendo al bassissimo tasso di nuzialità, all’alto numero di divorzi e, di conseguenza, al disastro demografico in corso e alla tragedia dei figli contesi o strappati alle famiglie. Delle idee davvero velenose, presentate come una liberazione, ma in realtà utili soltanto ai fautori delle moderne forme di schiavismo (che beneficiano dello spopolamento per attuare i loro programmi di sostituzione etnica), mentre per la gente comune non portano altro che sofferenza.

Perché nel mondo cattolico non ci si è accorti della valenza negativa del cantautore genovese e si continua a cantarlo?

Musica rock

Anche a questa domanda la risposta è duplice. Da un lato, per capire l’impatto che certe creazioni artistiche possono avere su delle giovani menti occorre molta esperienza. Personalmente, ho cominciato a cogliere gli aspetti critici di certe tipologie  musicalisoltanto dopo averle confrontate con la musica popolare di molti altri Paesi. Senza questi termini di paragone, credo che la mia analisi sarebbe molto meno acuta. Nessuna meraviglia, quindi, se un istituto di suore pisano organizza una serata ricreativa basata sulle canzoni di De André e fa orecchie da mercante al mio garbato ammonimento sulla possibile immoralità dei contenuti; oppure se un seminarista, durante la temporanea assenza del parroco, illustra e loda le idee del cantautore davanti ai fedeli riuniti nella chiesa del mio paesino. Dall’altro lato, come ci si può aspettare del rigore intellettuale in un’istituzione la cui autorità suprema è così flessibile ed indulgente rispetto alla dottrina cattolica, tanto da mostrarsi tollerante nei confronti di peccati che tradizionalmente gridano vendetta al cospetto di Dio (peccato impuro contro natura, frode nella mercede agli operai, oppressione dei poveri); tanto da incoraggiare l’immigrazione economica di massa, moderna versione dello schiavismo; tanto da restare in silenzio alla notizia di migliaia di bambini che annualmente lo Stato strappa alle famiglie?

Paolo Gulisano

https://www.informazionecattolica.it/2026/07/23/fabrizio-de-andre-era-un-ribelle-di-regime/

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