SORELLE DI DOLORE

UNA TESTIMONIANZA STRAORDINARIA 

È stato l’evento che ha aperto l’ultima edizione del Meeting per l’Amicizia fra i popoli di Rimini. Da un tragico evento accaduto dieci anni fa, nel  luglio del 2016 nella Chiesa di Saint- Étienne-du-Rouvray, in Normandia, quando due jaidisti diciannovenni, uccisero un sacerdote ottantacinquenne, Jacques Hamel.

La sorella di padre Jacques, Rosalie e Nassera Kermiche, madre del terrorista ucciso dalle forze dell’ordine per liberare gli ostaggi, hanno inaugurato con un abbraccio l’apertura del Meeting di Rimini.

Dietro questo gesto c’è stato un percorso durato dieci anni, raccontato nel libro “Sorelle di dolore“, edito da Ares, fatto anche di gesti commoventi, come quando Rosalie, al primo incontro, donò a Nassera un’orchidea gialla, segno della risurrezione dai morti.

Due donne di fedi e culture diverse. Due donne che non sono sorelle di sangue, ma che, nel perdono e nella speranza, si scoprono “sorelle di dolore”.

Il libro presenta la prefazione del Cardinale Pizzaballa, un pastore che da anni assiste all’interminabile massacro del gregge che il Signore gli ha affidato in Palestina. 

E’ un libro che costituisce una straordinaria riflessione sul tema del perdono. 

Come ha scritto il teologo Claudio Circelli su focusitaliaweb, “il perdono è come un appuntamento con la vita, ma è un incontro che fanno solo i più coraggiosi, gli eroi. Altre volte capita che si arrivi in ritardo, ma quando accade, la speranza si affaccia nuovamente alla finestra ed è la cosa di cui l’umanità ha più tremendamente bisogno”.

Perdonare non vuol dire far finta che non sia successo nulla, né giustificare chi ha commesso il male, significa solo non lasciare all’odio l’ultima parola. Il perdono non cancella il dolore, ma non lascia alla vendetta il potere di imprigionarci e non consente che dal male scaturisca una nuova sorgente di malvagità peggiore della precedente. Non ci sono altre condizioni strutturali per lasciare alla speranza l’ultima parola per costruire un mondo migliore.

Questa vicenda, raccontata con particolari anche commoventi nel libro, è estremamente importante in questo momento dove spirano venti fortissimi di guerra, in cui sembra che l’opinione pubblica, in particolare quella europea, abbia dimenticatoi che cos’è la guerra, che è morte, dolore, fame, disperazione.

“Mai più la guerra!” fu il grido di san Giovanni Paolo II. Eppure c’è chi, anche in ambito cattolico, sembra aver dimenticato questo appello accorato. 

Questo libro andrebbe consigliato a quegli opinionisti, o blogger, che si dicono cattolici e incitano ad armarsi e rispondere in modo violento alle sfide, pur oggettivamente esistenti, dell’Islam. 

Senza far nomi, ma ci sono delle opinioniste che anzi rivendicano con orgoglio il diritto e il dovere alla rabbia, al furore. Questi personaggi, a volte anche donne, dovrebbero capire che il Cristianesimo è la religione dell’amore, della mitezza del perdono. Cristo invita a guardare a lui, “mite ed umile di core”. 

A chi ritiene che i fedeli musulmani andrebbero affrontati con il braccio armato, potrà essere utile leggere di queste due donne, entrambe ferite, straziate dal dolore, ma capaci di uno sguardo l’una verso l’altra di pietà, di tenerezza. 

Quello degli zeloti dello scontro tra religioni è un comportamento profondamente sbagliato, e corrisponde a quell’atteggiamento che la Tradizione della Chiesa ha descritto con la definizione di zelo amaro.

Il primo a utilizzare questa definizione fu niente meno che san Benedetto da Norcia. «Come vi è uno zelo amaro e cattivo che separa da Dio e conduce all’inferno, così vi è uno zelo buono, che separa dai vizi e conduce a Dio e alla vita eterna» (Regola, cap 72).

Quali sono le sue note caratteristiche? È di capitale importanza il conoscerle, se vogliamo praticare quotidianamente questo zelo buono: anzitutto il rispetto del prossimo. Si tratta di vedere E’ stato l’evento che ha aperto l’ultima edizione del Meeting per l’Amicizia fra i popoli di Rimini. Da un tragico evento accaduto dieci anni fa, nel luglio del 2016 nella Chiesa di Saint- Étienne-du-Rouvray, in Normandia, quando due jaidisti diciannovenni, uccisero un sacerdote ottantacinquenne, Jacques Hamel. Formazione sacerdotale guide

La sorella di padre Jacques, Rosalie e Nassera Kermiche, madre del terrorista ucciso dalle forze dell’ordine per liberare gli ostaggi, hanno inaugurato con un abbraccio l’apertura del Meeting di Rimini.

Dietro questo gesto c’è stato un percorso durato dieci anni, raccontato nel libro “Sorelle di dolore“, edito da Ares, fatto anche di gesti commoventi, come quando Rosalie, al primo incontro, donò a Nassera un’orchidea gialla, segno della risurrezione dai morti.

Due donne di fedi e culture diverse. Due donne che non sono sorelle di sangue, ma che, nel perdono e nella speranza, si scoprono “sorelle di dolore”.

Il libro presenta la prefazione del Cardinale Pizzaballa, un pastore che da anni assiste all’interminabile massacro del gregge che il Signore gli ha affidato in Palestina.

E’ un libro che costituisce una straordinaria riflessione sul tema del perdono.

Come ha scritto il teologo Claudio Circelli su focusitaliaweb, “il perdono è come un appuntamento con la vita, ma è un incontro che fanno solo i più coraggiosi, gli eroi. Altre volte capita che si arrivi in ritardo, ma quando accade, la speranza si affaccia nuovamente alla finestra ed è la cosa di cui l’umanità ha più tremendamente bisogno”.

Perdonare non vuol dire far finta che non sia successo nulla, né giustificare chi ha commesso il male, significa solo non lasciare all’odio l’ultima parola. Il perdono non cancella il dolore, ma non lascia alla vendetta il potere di imprigionarci e non consente che dal male scaturisca una nuova sorgente di malvagità peggiore della precedente. Non ci sono altre condizioni strutturali per lasciare alla speranza l’ultima parola per costruire un mondo migliore.

Questa vicenda, raccontata con particolari anche commoventi nel libro, è estremamente importante in questo momento dove spirano venti fortissimi di guerra, in cui sembra che l’opinione pubblica, in particolare quella europea, abbia dimenticatoi che cos’è la guerra, che è morte, dolore, fame, disperazione.

“Mai più la guerra!” fu il grido di san Giovanni Paolo II. Eppure c’è chi, anche in ambito cattolico, sembra aver dimenticato questo appello accorato.

Questo libro andrebbe consigliato a quegli opinionisti, o blogger, che si dicono cattolici e incitano ad armarsi e rispondere in modo violento alle sfide, pur oggettivamente esistenti, dell’Islam.

Senza far nomi, ma ci sono delle opinioniste che anzi rivendicano con orgoglio il diritto e il dovere alla rabbia, al furore. Questi personaggi, a volte anche donne, dovrebbero capire che il Cristianesimo è la religione dell’amore, della mitezza del perdono. Cristo invita a guardare a lui, “mite ed umile di core”.

A chi ritiene che i fedeli musulmani andrebbero affrontati con il braccio armato, potrà essere utile leggere di queste due donne, entrambe ferite, straziate dal dolore, ma capaci di uno sguardo l’una verso l’altra di pietà, di tenerezza.

Quello degli zeloti dello scontro tra religioni è un comportamento profondamente sbagliato, e corrisponde a quell’atteggiamento che la Tradizione della Chiesa ha descritto con la definizione di zelo amaro.

Il primo a utilizzare questa definizione fu niente meno che san Benedetto da Norcia. «Come vi è uno zelo amaro e cattivo che separa da Dio e conduce all’inferno, così vi è uno zelo buono, che separa dai vizi e conduce a Dio e alla vita eterna» (Regola, cap 72).

Quali sono le sue note caratteristiche? È di capitale importanza il conoscerle, se vogliamo praticare quotidianamente questo zelo buono: anzitutto il rispetto del prossimo. Si tratta di vedere nel nostro prossimo (chiunque esso sia) un’anima creata ad immagine e somiglianza di Dio.

È Gesù stesso che ce ne fa un obbligo, l’oggetto di un «comandamento nuovo»: «Amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi» (Gv 13, 34).

“Dovevo chiedere perdono alle vittime e alla famiglia di padre Hamel. Perdono per mio figlio, perché voglio credere che, se fosse sopravvissuto, lui stesso avrebbe chiesto perdono”.

Così ha scritto Nassera Kermiche. Il cuore del libro è ciò che accadde dopo il martirio di padre Jacques, vittima innocente. E’ la storia di una umanità che resiste alla distruzione e alla corruzione.nel nostro prossimo (chiunque esso sia) un’anima creata ad immagine e somiglianza di Dio.

È Gesù stesso che ce ne fa un obbligo, l’oggetto di un «comandamento nuovo»: «Amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi» (Gv 13, 34).

“Dovevo chiedere perdono alle vittime e alla famiglia di padre Hamel. Perdono per mio figlio, perché voglio credere che, se fosse sopravvissuto, lui stesso avrebbe chiesto perdono”.

Così ha scritto Nassera Kermiche. Il cuore del libro è ciò che accadde dopo il martirio di padre Jacques, vittima innocente. E’ la storia di una umanità che resiste alla distruzione e alla corruzione.  

Paolo Gulisano

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