La storia di fra Walfrid e la nascita del Celtic raccontata da Paolo Gulisano

Nel suo nuovo volume Paolo Gulisano torna a intrecciare vicende storiche, dimensione religiosa e contesto culturale con la consueta padronanza narrativa.

Dio, palla e famiglia. Fra Walfrid e la nascita del Celtic Football Club (Àncora, 2026) ricostruisce le origini del Celtic con un taglio inedito, riportando al centro la figura di fra Walfrid, il fratello Marista che nel 1887 trasformò un semplice gioco in un’opera sociale. L’agile volume, sorretto da un’accurata ricerca e da una lettura attenta delle dinamiche culturali dell’epoca, illumina un capitolo poco frequentato della storia europea attraverso la vicenda di un religioso capace di convertire un’emergenza umanitaria in un progetto educativo stabile. Non si tratta di un’agiografia né di un resoconto che mette al centro il solo sport, ma è un’indagine sulle radici di una comunità e sul ruolo che l’attività sportiva può assumere quando nasce da un’intuizione pastorale.

Il racconto si apre nella Glasgow della seconda metà dell’Ottocento, metropoli industriale che accoglie migliaia di irlandesi in fuga dalla fame. Gulisano ricostruisce con precisione il quadro sociale: condizioni di vita estreme, ostilità anticattoliche, quartieri degradati dove la miseria è esperienza quotidiana. In questo contesto emerge la figura di fra Walfrid, al secolo Andrew Kerins (1840-1915), che intuisce la necessità di una carità capace di assumere modalità nuove, coinvolgendo la popolazione e generando un sostegno concreto e solidale. La decisione di fondare una squadra di calcio per aiutare le famiglie più indigenti è il tentativo – riuscito – di una risposta immediata a un’urgenza reale: in molte case mancava il necessario per vivere.

L’Autore delinea così un profilo equilibrato del fondatore del Celtic: evitando ogni idealizzazione, lo presenta come un educatore pragmatico, un organizzatore attento ai bisogni del proprio tempo, un religioso che – mosso dalla sua granitica fede – porta con sé la memoria della carestia irlandese e la traduce in impegno civile. La vicenda personale di fratello Walfrid diventa la chiave interpretativa dell’intero libro: un uomo che non si è limitato a soccorrere in maniera assistenziale, ma è stato in grado di costruire strutture, relazioni e possibilità, individuando nel calcio un collante capace di durare nel tempo. Il Celtic, infatti, non nasce come semplice squadra, ma come istituzione al servizio di una comunità che si distingueva, fin dalle origini, per un’apertura capace di accogliere davvero tutti. Al contrario, alcuni club di allora non accettavano, per esempio, come giocatori chi si professava cattolico.

Il riferimento, poi, alla vittoria della Coppa dei Campioni del 1967 conferma la lungimiranza di fra Walfrid: una formazione composta interamente da giocatori nati nel raggio di poche miglia dal Celtic Park che riesce a vincere la squadra più forte del momento ha tutta l’aria di un sogno quasi impossibile divenuto realtà. L’episodio rappresenta il compimento di un percorso avviato ottant’anni prima da un frate che – come dicevamo – voleva garantire il sostentamento alle famiglie dei quartieri più poveri e aveva intuito come lo sport potesse diventare non tanto un mezzo assistenziale, ma un motore di crescita.

Il messaggio del volume appare chiaro: lo sport, quando è sostenuto da una visione educativa può diventare luogo di coesione, di reale solidarietà e di responsabilità condivisa. E il Celtic continua a custodire questa propria vocazione originaria, e lo fa anche continuando a destinare risorse alla beneficenza e mantenendo un ruolo di riferimento per le comunità irlandesi nel mondo.

Dio, palla e famiglia è, quindi, un libro – agile, ben documentato, scritto con chiarezza e misura – da assaporare pagina dopo pagina. Offre una lettura che unisce rigore storico e qualità narrativa, restituendo al lettore la consapevolezza che dietro una grande squadra può esserci un’idea altrettanto grande: unire sport, educazione e impegno sociale. È un contributo prezioso alla storia del calcio e, più in generale, alla storia delle comunità che hanno trovato nello sport un modo per ricostruire dignità e futuro. C’è tanto da imparare ai giorni nostri, dove anche lo sport è spesso degradato a commercio e i valori svenduti per business.

Le opinioni espresse in questo articolo o video sono dell’autore e non riflettono necessariamente quelle del responsabile di questo blog. I contributi pubblicati su questo blog, ritenuti degni di rilievo, hanno il solo ed unico scopo di alimentare un dibattito culturale, di far riflettere e di approfondire lo sguardo sulla realtà. Il blog non ha scopo di lucro e rifiuta le proposte di pubblicità che riceve e non richiede abbonamenti. Qualora gli autori degli articoli che vengono qui rilanciati non avessero piacere della pubblicazione, non hanno che da segnalarmelo. Gli articoli verranno immediatamente cancellati.

Samuele Pinna

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *