
Lo abbiamo sperimentato tutti, a ogni pagina di ogni libro di Guareschi: prima di tutto si sta bene. Perché Giovannino, prima di ogni cosa, si prende cura dei suoi lettori, come un buon Samaritano delle lettere. Paolo Gulisano, non so se più medico-scrittore o più scrittore-medico, ha dedicato il saggio Parole che curano. Perché leggere Giovannino Guareschi fa bene. Il libro (225 pagine, 15 euro) è stato pubblicato da dreamBook, una casa editrice che ha già in catalogo parecchi titoli guareschiani nella collana G.G. Vale dunque la pena di capire che cosa ci rivela questo nuovo studio.
Partiamo dal titolo: perché un medico come te ci dice che leggere Guareschi fa bene?
Giovannino Guareschi nei suoi racconti parla spesso della malattia e del dolore, che sono realtà che riguardano ogni essere umano. Nei luoghi di ricovero e di cura – ospedali, cliniche, centri per disabili, case per anziani – nelle proprie abitazioni tante persone conoscono il calvario di patimenti spesso ignorati, non sempre idoneamente alleviati, e talora persino aggravati per la carenza di un adeguato sostegno. Le domande di fondo poste dalla realtà della sofferenza sono un appello a recare sollievo sia dal punto di vista fisico che spirituale a chi è malato interpellano tutte le coscienze sui limiti della fragile condizione umana.
Durante tutta la sua breve ma intensa carriera, Guareschi toccò con semplicità ma allo stesso tempo con profondità tali questioni. Inoltre, come giornalista e scrittore, mise mano con lena a un’opera importantissima: somministrare agli italiani gli antidoti adeguati contro i veleni che li intossicavano, dall’odio ideologico alla brama di guadagno ad ogni costo e con ogni mezzo; dall’abbandono dei punti di riferimento morali di sempre al riversamento del cervello all’ammasso, che fu un concetto che non smise mai di denunciare, da profeta inascoltato, visto che gli italiani hanno continuato a farlo, prima seguendo la parola d’ordine della politica, più tardi quella della pubblicità e delle sirene del consumismo.
Non è un caso se la “Prima storia” di Mondo piccolo è un racconto dove si parla di malattia e di guarigione, una guarigione prodigiosa.
Nella testa dello scrittore prima del paese di don Camillo e Peppone c’era una località, più piccola e un po’ più selvatica: il Boscaccio. A questo luogo è dedicata la prima storia, una storia di gente rude e un po’ stramba, che vive in un rapporto molto particolare col Padreterno. Così scriveva: “Io devo dirvi che il Boscaccio era un paese dove non moriva mai nessuno, per via di quell’aria straordinaria che vi si respirava”. Al Boscaccio sembrava quindi impossibile che un bambino di due anni potesse ammalarsi. Invece Chico si ammalò sul serio. Il racconto mostra la guarigione quasi miracolosa del bambino, ottenuta dalle preghiere del prete del paese messo sotto minaccia da un padre disposto a tutto pur di ottenere la salvezza del figlio.
Dove nasce e che funzione ha la speranza così palese nei racconti di Giovannino?
Don Camillo usa la speranza come farmaco. Davanti alla malattia, anche gravissima, non è mai rinunciatario e rassegnato. Lotta con tutte le sue forze, pur sapendo che alla fine la volontà di Dio è sempre da accettare. Ma la volontà di Dio, non quella dell’uomo. In tempi in cui in campo sanitario si profila la mentalità dell’”abbandono terapeutico”, del non intervento al netto di sedicenti rapporti costi-benefici, Guareschi ci fa vedere come non arrendersi di fronte alle difficoltà, anche a quelle che sembrano insormontabili.
Gesù prova compassione per chi soffre. Il verbo greco usato nei Vangeli è estremamente significativo di questo sentimento, che non è puramente emotivo, sentimentale, ma profondissimo, addirittura viscerale: “esplanchnìsthe”. Sta a significare qualcosa che scende nelle profondità della persona, nell’animo ma anche, come dice il verbo stesso, nei visceri. Una commozione profonda, che suscita il desiderio di Cristo di lenire anche i dolori più terribili. Questa azione salvifica spesso si verifica grazie all’aiuto e alla intercessione di Maria, la madre del Signore.
L’esempio forse più commovente di questo nei racconti di Mondo Piccolo è “Cinque più cinque”. Peppone si presenta da don Camillo con aria cupa: “Sta morendo”, dice del suo bambino ammalato, e intanto porge al prete cinque grosse torce di cera: “Accendetele subito”. Don Camillo prende le torce e si accinge a disporle davanti al Cristo, ma Peppone lo ferma: “No, quello lì è uno della vostra congrega. Accendetele davanti a quella là che non fa della politica”, dice indicando la statua della Vergine. Don Camillo avrebbe voglia di rompere la testa al sindaco comunista che chiama “quella là” la Madonna, ma ha pietà di un padre che rischia di vivere il più terribile dei dolori. Accende i cinque ceri davanti alla Madonna.
Dopo tre quarti d’ora don Camillo rientra e recita la sua commovente commedia di fronte al Crocifisso: «Ve l’avevo detto», grida sciorinando un pacco sulla balaustra. “Mi ha portato cinque candele da accendere anche a Voi! Cosa ne dite?”. “È molto bello tutto questo”, risponde sorridendo il Cristo, che sa bene che le nuove cinque candele non le ha portate Peppone, ma le ha comperate don Camillo, dando al negozio solo un acconto, “perché don Camillo era povero in canna”.
Dove imparò Guareschi questa virtù?
La imparò in condizioni terribili: nei due anni trascorsi come prigioniero nei lager nazisti. Qui imparò la confidenza in Dio, che proviene dalla consapevolezza della cura che Dio ha per i suoi figli. Davvero Dio si prende cura. Dietro l’espressione Divina Provvidenza, un tempo comune e popolare, troviamo in realtà un preciso termine teologico che indica la sovranità, la sovrintendenza o l’insieme delle azioni attive di Dio in soccorso degli uomini. La Provvidenza rappresenta la cura esercitata da Dio nei confronti di ciò che esiste. La dottrina cristiana afferma che la Provvidenza opera anche, se non soprattutto, attraverso fatti apparentemente casuali, ma in realtà ordinati secondo i piani misteriosi di Dio, il cui scopo ultimo è il bene.
Tu scrivi che la lettura di Guareschi ha una funzione terapeutica. Cosa significa in un mondo come quello di oggi in cui pare che la medicina si occupi di tutto tranne che dei curare il malato?
I racconti di Guareschi funzionano per diverse patologie della psiche, dalla depressione all’ansia. Personalmente mi è capitato di prescriverli, proprio come fosse una ricetta, e ho avuto riscontri molto positivi. Queste pagine rappresentano un vero antidoto contro la depressione. È davvero difficile, anche nel lettore più afflitto dalla tristezza e dalla malinconia, non sorridere di fronte alle vicende narrate con maestria e sensibilità dallo scrittore parmense. Oggi gli psicofarmaci sono il prodotto farmaceutico più venduto e consumato in tutto il mondo occidentale. Una cosa che lascerebbe molto perplesso Guareschi, che sebbene dovesse utilizzare alcuni farmaci, in modo particolare per l’ulcera che gli era venuta, nutriva un cero sospetto nei confronti di ciò che veniva sfornato dalle industrie farmaceutiche.
Guareschi utilizza come cura l’umorismo, un umorismo buono che fa sì che la lettura delle sue opere lasci sempre nel lettore una grande serenità e un sentimento di speranza, che scaturisce non certo da una visione della vita irenica e mondanamente ottimistica – che è in realtà molto lontana dal suo pensiero, vista la lucidità con la quale denunciò costantemente e dettagliatamente tutte le aberrazioni del suo tempo – ma dalla cristiana, virile fortezza dell’esperienza religiosa.
Un umorista come Giovannino guarda alla realtà con occhi diversi, secondo una prospettiva differente e, trovando il lato comico delle cose, riesce a farci magari arrivare al loro significato autentico. E il talento umoristico di Guareschi nasce in primo luogo dalla sua fantasia, dalla sua capacità cioè di oltrepassare l’apparenza delle cose. In un’epoca in cui la medicina sta perdendo la sua dimensione umanistica, sta diventando ipertecnologica ed è sommersa da burocrazia, protocolli e procedure, Guareschi ci mostra quale sia e debba essere l’arte del prendersi cura del malato.
Alessandro Gnocchi
