Long Covid, miti e leggende di un’altra falsa emergenza

L’Istituto superiore della sanità mette in guardia dal Long Covid. Come? Spargendo come al solito terrore, evocando gli hacker russi e raccomandandosi di non prendere il Covid. Eppure studi recenti mostrano – ancora una volta – che i benefici del trattamento precoce del coronavirus con cortisone e antinfiammatori riducono efficacemente il rischio di avere i postumi. 

Vivere in una paura costante delle malattie trasmissibili; vivere sotto l’incubo di nuove pandemie, come paventa qualche virologo, oppure avere il terrore di ripetere il Covid, di non essere immunizzati, né dal vaccino né dalla malattia, che si può anche riprendere. E ancora: non vedere del tutto scomparsi i sintomi del Covid.

E’ il fenomeno chiamato Long Covid. Un fenomeno descritto anche in sedi istituzionali, tant’è che se ne parla sul sito dell’Istituto Superiore della Salute. Utilizziamo queste fonti ufficiali, sperando che non siano alterate dagli hackers. Negli scorsi giorni, infatti, il consigliere speciale del Ministro Speranza, Walter Ricciardi, partecipando a un panel nell’ambito dell’Oxfam Festival che si è tenuto a Firenze, ha dichiarato che per quanto riguarda il Covid «i dati che circolano oggi sono completamente falsati». Da chi?  «Dagli hacker russi – ha detto -, che oggi stanno combattendo la guerra vera in Ucraina. Hanno per anni sparso notizie false anche sui vaccini, perché chiaramente questo disorienta, indebolisce l’opinione pubblica anche nei Paesi occidentali, e i governi in tutto il mondo sono ingessati da strumenti burocratici di comunicazione che non sono adeguati alla rapidità e alla professionalità della disinformazione attuale, e quindi combattiamo una battaglia contro la disinformazione molto disarmati».

Insomma, è tutta colpa dei sedicenti e non meglio precisati “hacker russi” se la pandemia non è finita, se si è sviluppato il movimento no vax e altro ancora. Proponiamo dunque ai lettori le valutazioni dell’Istituto Superiore di Sanità con il beneficio del dubbio instillato dal professor Ricciardi che si tratti di dati hackerati.

Long Covid è il termine inglese che viene comunemente utilizzato per indicare l’insieme dei disturbi e manifestazioni cliniche che permangono dopo l’infezione. La possibilità che i sintomi durino nel tempo non sembra essere collegata a quanto si è stati male durante l’infezione. Può anche succedere che persone che hanno avuto una forma lieve di Covid-19 possano sviluppare problemi a lungo termine. In generale, le donne al di sotto dei 60 anni di età sembrano avere il doppio delle probabilità di manifestare il Long COVID rispetto agli uomini, successivamente il livello di rischio diventa simile tra i due sessi.

Oltre all’essere donne, anche l’età avanzata e il sovrappeso potrebbero essere fattori di rischio per lo sviluppo del Long Covid. Tuttavia, anche persone giovani e sane secondo l’ISS possono continuare a star male anche per molte settimane dopo essere guarite dall’infezione. I disturbi e le manifestazioni cliniche più comuni associati al Long Covid sono diversi (ne sono stati segnalati circa 200), i più diffusi sembrano essere: stanchezza cronica (astenia) affanno problemi di memoria e concentrazione depressione e ansia annebbiamento mentale, in inglese brain fog perdita dell’olfatto (anosmia) o del gusto (ageusia) dolore o senso di oppressione al petto, difficoltà a dormire, palpitazioni,  vertigini, formicolii. dolori articolari, debolezza muscolare, diarrea, dolori di stomaco, perdita di appetito, febbre tosse mal di testa mal di gola eruzioni sulla pelle. Una gamma di disturbi vastissima, che ricorda in qualche modo la fibromialgia, che determina un circolo vizioso con la depressione.

Un problema davanti al quale l’ISS propone soluzioni molto generiche: le indicazioni per la prevenzione del Long Covid sono «è evitare di contrarre l’infezione da virus SARS-CoV-2 indossando la mascherina correttamente, mantenendo il distanziamento dalle altre persone, evitando i luoghi affollati e scarsamente ventilati». Tutto qua.

Ma ben altra soluzione viene da alcuni studi scientifici. E la soluzione sta tutta nella modalità con cui si cura precocemente il Covid.  Lo dimostra  uno studio pubblicato sulla rivista Frontiers in Medicine e condotto presso l’Università della Florida: gli esperti hanno rivelato che i pazienti Covid che durante il ricovero sono stati trattati con farmaci antinfiammatori hanno una percentuale doppia di non sviluppare il Long Covid.

L’ipotesi dei clinici è che gli elevati livelli di infiammazione raggiunti dall’organismo dei pazienti durante l’infezione acuta persistano nel tempo anche a guarigione avvenuta, aumentando il rischio di morte del guarito per tutto l’anno successivo al ricovero, a meno che ci sia stato un efficace trattamento con dei farmaci antinfiammatori, di ogni tipo, dai cortisonici ai FANS. Il trattamento appropriato del Covid non solo è in grado di guarire l’infezione nella sua fase immediata, ma anche di evitare i fastidi del post e Long Covid, fastidi reali ma che un certo di tipo di comunicazione, non certo hackerata, ma mainstream, può enfatizzare per mantenere una cappa di terrore permanente, là dove una giusta cura precoce può risolvere il problema.

Paolo Gulisano

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