Vi racconto lo speciale legame di Giovanni Paolo II con la Madonna

Parla al Timone lo scrittore Paolo Gulisano, autore del libro “Il Papa di Maria” (Bolis Edizioni): «Per lui era l’icona più perfetta della libertà e della liberazione dell’umanità e del mondo»

Se da un lato molti conoscono il legame devozionale profondissimo che univa san Giovanni Paolo II alla Madonna, dall’altro pochi hanno deciso di raccontarlo in modo approfondito e specifico. Tra questi c’è lo scrittore Paolo Gulisano, autore del recente libro Il Papa di Maria. Giovanni Paolo II (Bolis Edizioni), un testo non troppo lungo – supera di poco le 150 pagine – ma di piacevole lettura e davvero ricco di informazioni interessanti, se non di retroscena. Per questo il Timone ha deciso di contattare l’Autore.

Dottor Gulisano, quando e come maturò in Karol Wojtyła la devozione mariana, considerato – come lei scrive – che fino al suo ultimo giorno il suo sguardo «fu sempre rivolto a Maria» (p.139)? «La vita di Karol Woytjla si è svolta interamente alla luce del suo profondo legame con Maria. La aveva avuta sempre accanto nel suo cammino. Da lei aveva imparato a proclamare il Dio vivente, a testimoniare Gesù, l’unico Salvatore; lo aveva reso – come Madre Dolorosa – capace di accettare e vivere una lunga e sofferta malattia. Lo aveva reso servizievole verso il prossimo, accogliente verso i bisognosi, operatore di giustizia, costruttore appassionato di un mondo più giusto. Giovanni Paolo II sin dall’inizio conformò il suo cammino terreno su quello della Madre di Dio, e ripetè costantemente al seguito di lei le parole del Magnificat. Dalla profondità della fede della Vergine nell’annunciazione e nella visitazione, attinse la verità sul Dio dell’Alleanza: sul Dio che è onnipotente e fa grandi cose nell’uomo».

Nel suo libro, riferisce dell’ammirazione che il pontefice polacco aveva per san Massimiliano Kolbe, dal quale era rimasto «colpito particolarmente» (p.56). Che cosa lo colpì in particolare di padre Kolbe? «La figura e la testimonianza di Padre Kolbe colpirono particolarmente Karol Wojtyla. Non fu solo il martirio finale ad impressionare il futuro papa, ma anche tutta la sua opera finalizzata a far conoscere e amare la Madonna. Non avrebbe immaginato che sarebbe stato lui stesso, un giorno, a proclamarlo santo. Non solo, lo dichiarò “patrono del nostro difficile secolo”: il Novecento, il secolo dei totalitarismiSan Massimiliano Maria Kolbe si era formato nell’anelito incessante a Maria Madre di Dio e Immacolata, viveva in ogni istante la Sua presenza come di Colei che lo univa perfettamente a Gesù. Aveva fondato i Cavalieri dell’Immacolata, una realtà ecclesiale che nella Polonia degli anni ’30 aveva affascinato quel giovane di Cracovia. Nel corso della sua vita Giovanni Paolo II aveva contribuito a far finire le dittature, nell’Europa Orientale come nel Centro e Sudamerica».

In Il Papa di Maria racconta anche che, quando fu eletto Papa, san Giovanni Paolo II «ebbe feroci oppositori che non gli perdonavano la sua fede intensa e un po’ dal sapore antico, troppo “devozionale” per certi gusti moderni» (p.20). Questo valeva anche per il suo legame con Maria? E chi erano questi «feroci oppositori»? «La Madonna, purtroppo, è stata oggetto per secoli l’oggetto dell’ostilità degli eretici: a partire dalla negazione della sua verginità. Fin dagli anni successivi alla Seconda Guerra Mondiale, papa Pio XII volle proclamare il dogma dell’Assunzione in corpo di Maria al cielo come un mezzo efficace per combattere il materialismo e la corruzione dei costumi, oltre che un trionfo della fede nella realtà del mondo soprannaturale. Anche la devozione mariana, negli anni precedenti al pontificato di Karol Wojtyła, era stata oggetto di critiche. I teologi progressisti vedevano la Madonna come un ostacolo all’ecumenismo, al dialogo coi protestanti. In particolare, i progressisti se la prendevano con la devozione del Rosario, dicendo che si trattava di qualcosa di “obsoleto”. Giovanni Paolo II rispose con il suo Magistero chiaro e sicuro».

A proposito, ottobre è proprio il mese del rosario. Qual era il legame di Wojtyła con la recita di questa preghiera? «Il Rosario si pone nella migliore e più collaudata tradizione della contemplazione cristiana. Sviluppatosi in Occidente, esso è preghiera tipicamente meditativa e corrisponde, in qualche modo, alla “preghiera del cuore” germogliata sull’humus dell’Oriente cristiano. Per questo occorre rilanciare e riproporre questa pratica che san Giovanni Paolo aveva molto cara. Il motivo più importante per riproporre con forza questa pratica è il fatto che esso costituisce un mezzo validissimo per favorire tra i fedeli quell’impegno di contemplazione del mistero cristiano, secondo una vera e propria pedagogia della santità».

Verso la fine del suo libro (pp.112-114), lei ricorda l’ultimo viaggio del pontificato del pontefice polacco: fu il 15 agosto 2004 a Lourdes. Una data e un luogo evidentemente non casuali. Wojtyła morirà meno di un anno dopo. Quel viaggio può essere interpretato come un sigillo o addirittura come una sorta di testamento? «Giovanni Paolo II aveva un rapporto speciale con Lourdes, iniziato nel 1983 proprio nella Solennità dell’Assunta, e nella stessa occasione vi tornò.  Disse che la devozione a Lourdes era stata fondamentale nella sua vita. Disse che la preghiera è il primo compito e il primo annuncio del Papa, e la prima condizione del suo servizio alla Chiesa e al mondo. Per il papa santo, Maria, accanto a suo Figlio, è l’icona più perfetta della libertà e della liberazione dell’umanità e del mondo. È a lei che la Chiesa, di cui ella è madre e modello, deve guardare per comprendere il senso della propria missione nella sua pienezza.  Giovanni Paolo volle proporre la Vergine Madre quale presenza carismatica, irrinunciabile nell’opera di evangelizzazione contemporanea ed ha mostrato ed insegnato ad accoglierla nella propria vita e nella intimità del proprio cuore, senza avere paura di dirle “Totus tuus”, perché questo vuol dire conformarsi perfettamente a Cristo e seguirlo».

Giuliano Guzzo

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