
Nel corso del 2025, si è ricordato il sessantesimo anniversario della morte di Thomas Stearns Eliot: un gigante della cultura del Novecento, uno scrittore che ha segnato la storia della letteratura, un grande maestro cristiano. Fu poeta, saggista, critico letterario, drammaturgo ed editore. Vincitore del premio Nobel per la letteratura nel 1948, Eliot è considerato uno dei poeti più importanti del XX secolo. Era americano, ma rivolto il suo sguardo alla vecchia Europa, Eliot scelse come patria d’elezione l’Inghilterra.
Nato al tramonto del XIX secolo, nel 1888, in un’America profonda, quasi di frontiera, a St Louis. era di famiglia borghese e aveva studiato nel prestigioso ateneo di Harvard, dedicandosi alla letteratura europea. In particolare, ammirava Dante, e studiò l’italiano per poterlo leggere in originale. Nel 1910 si trasferì a Parigi e poté così studiare alla Sorbona, dove frequentò le lezioni di Henri Bergson ed entrò in contatto con il Simbolismo francese.
Ritornò poi ad Harvard per conseguirvi la laurea in filosofia. Nel 1914 vinse una borsa di studio per il Merton College dell’università di Oxford, trasferendosi quindi in Inghilterra. Allo scoppio della Guerra si spostò a Londra, dove in seguito trovò lavoro come impiegato presso la Lloyd’s Bank e cominciò a pubblicare le prime poesie.
Eliot aveva la convinzione che parole e idee possono cambiare il mondo. La buona letteratura, la buona poesia, la buona opera d’arte può compiere una metamorfosi nell’uomo: dà a esso la capacità di compenetrare a fondo il presente della sua esistenza, tenta di dare un ordine al caos indiscriminato della storia. Questo fu proprio il suo obiettivo: riportare ordine nel caos della cultura di inizio secolo, e perfino nel cuore dell’uomo. In particolare, Eliot rivolse il suo sguardo alla Tradizione.
La conclusione della Prima guerra mondiale, con la distruzione di antichi imperi come quello asburgico e l’emergere di nuovi stati nazionali e di altrettanti nuovi nazionalismi, lasciò l’Europa in una condizione di grave crisi. Per molti intellettuali fu sempre più chiaro che il conflitto ideologico combattuto per tutto l’Ottocento contro la Tradizione (Chesterton scrisse che nell’Ottocento la Chiesa aveva dovuto difendere la Tradizione, mentre nel Novecento avrebbe dovuto difendere la Ragione), si era concluso con il trionfo di ideologie dissolutrici dell’uomo, come la rivoluzione bolscevica, e con il dilagare nella cultura del positivismo progressista.
Molti artisti decisero di cavalcare decisamente l’onda rivoluzionaria: dalla Francia alla Germania fino all’Inghilterra, i primi a intuire che il vecchio mondo borghese e romantico dell’Ottocento era finito, furono gli artisti e gli scrittori delle avanguardie. Futuristi, cubisti, espressionisti, dadaisti, costruttivisti, tutti accomunati dal furore iconoclasta di una rivolta totalizzante che avrebbe spazzato via le certezze del passato.
Thomas Stearns Eliot, autentico conservatore che non aveva subito il fascino oscuro dei totalitarismi, e che aveva visto nel cristianesimo la sola, vera risposta alle domande del cuore dell’uomo, scelse di essere un testimone lucido e solitario, mentre il suo sogno di restaurare una società tradizionale con il passare del tempo si infrangeva di fronte all’inarrestabile evoluzione del progresso e della massificazione. Dopo che in gioventù si era allontanato dalla religione, aderì con convinzione e fervore al cristianesimo, diventando un membro della Chiesa Anglicana Alta, come il contemporaneo C.S. Lewis.
Eliot strinse un profondo legame di amicizia con un altro grande intellettuale americano trasferito in Europa, Ezra Pound. Questa amicizia diventò anche collaborazione: quando Eliot nel 1921 scrisse una delle sue opere più importanti, il poema The Waste Land, La terra desolata, ebbe da Pound un aiuto decisivo nella revisione del lavoro. Gli diede preziosi consigli, glielo fece accorciare, e alla fine quando il libro venne pubblicato, Eliot lo dedicò all’amico, con questa epigrafe esplicita: «A Ezra Pound – il miglior fabbro», citando la definizione che nel Purgatorio di Dante, Canto XXVI, Guido Guinizelli dà del trovatore Arnaut Daniel.
Pound venne citato anche nel poemetto, chiamato con il soprannome di «Stetson», come il tipo di cappello a larghe tese che indossava spesso. A sua volta, Pound chiamava l’amico col soprannome di Possum. Eliot disse che l’amico gli aveva davvero cambiato la vita. I suoi incoraggiamenti, la sua stima, il suo intelligente lavoro di editing avevano portato alla pubblicazione della Terra desolata, che gli aveva spalancato le porte della gloria letteraria che sarebbe culminata nel 1948 con il Nobel per la Letteratura.
Si trattatva di un titolo che riprendeva gli antichi miti arturiani medievali. Camelot, il regno di giustizia di Re Artù, è decaduto. La terra è guasta, malata: occorre che ci sia qualcuno che la possa sanare. Il poema era dunque un invito a farsi nuovamente cercatori, a intraprendere la “Quest”, la Cerca, come gli antichi cavalieri. Un poema in cui erano stati riversati gli ideali e i riferimenti di Eliot e di Pound.
Un’altra grande opera prodotta da Eliot, uomo pieno di nostalgia per il Bello e per il Vero, furono i Cori della Rocca, scritto nel 1934, dove la parola poetica si fa parola profetica: la profezia di Eliot è uno sguardo amaro sulla condizione del tempo che ha dimenticato «tutti gli dèi, salvo la Lussuria, l’Usura e il Potere». È la descrizione tragica di un mondo che ha voltato le spalle a Dio, che non ne vuole più sapere, che predilige gli idoli. Ma come potrà sopravvivere una società senza Dio?
L’intuizione di Eliot è capire il presente guardando al passato, rivissuto nella poesia dell’antichità, patrimonio universale ed eterno dell’umanità. È la narrazione di come un poeta venuto dal Nuovo Mondo tentò di rifondare l’estetica, proponendo un nuovo modo di intendere e di fare poesia, fondato sullo spostamento dell’accento dall’io, epicentro della poesia romantica, alla realtà, dal soggetto all’oggetto.
Quando Eliot si spense a Londra nel gennaio del 1965, per enfisema polmonare, all’età di 77 anni, Pound disse che la sua era stata una voce autenticamente dantesca e non ancora apprezzata a sufficienza.
Paolo Gulisano
