Il Natale e la sconfitta di Satana

È nata una nuova rivista: “Teologia cattolica per tutti”. Significativa la data, l’8 dicembre.

Il primo numero, “Si è incarnato per distruggere le opere del diavolo”, è sul mistero del Natale e dell’Incarnazione. Per gentile concessione dell’editore, “Duc in altum” propone uno degli articoli presenti nella rivista.

Il cielo intero grida e trema

 perché Dio in persona è nato di nuovo.

G.K. Chesterton, “I re magi”

Nella tradizione della Chiesa il santo Natale è la festa istituita per celebrare la memoria della nascita nel tempo di Gesù Cristo.

Nell’invito a considerare i misteri del Natale la Chiesa intende innanzitutto che ringraziamo il divin Redentore d’essersi fatto uomo per la nostra salvezza, quindi che lo riconosciamo come hanno fatto i pastori, e infine che lo adoriamo quale vero Figlio di Dio, ascoltando le indicazioni che Egli ci dà con le circostanze della sua nascita, in primo luogo, come diceva san Pio X nel suo Catechismo, “a rinunciare alle vanità del mondo e ad apprezzare la povertà e le sofferenze”.

Una prospettiva molto diversa da quella con cui la festa del Natale è vissuta nella postmodernità, fuori ma anche dentro la Chiesa.

Tra coloro che meglio hanno colto il senso profondo del Natale, facendo eco alle parole di papa Giuseppe Sarto, c’è Gilbert Keith Chesterton, uno dei più grandi scrittori e pensatori cristiani del Novecento, che amava molto il Natale. Dedicò a questa festa numerosi articoli, poesie e opere teatrali per spiegarne l’importanza.

Chesterton diceva che amava il Natale non perché fosse frivolo, ma perché è molto serio, perché è l’inizio della vita terrena di Nostro Signore che porterà ai momenti culminanti della Passione, morte e risurrezione.

Quel Dio così immenso che i cieli non bastano per contenerlo si fa oro nascosto sotto terra, costringendosi per amor nostro prima nel grembo di una donna, poi in una grotta: una lezione d’umiltà proposta con amore all’intera creazione cui gli angeli caduti non vollero conformarsi.

Alla gioia del Natale non partecipa Satana, anzi: per lui è il momento – insieme alla Pasqua – più doloroso della storia.

Per questo egli che è il Principe della tristezza, oltre che del male, nel periodo natalizio si sforza in ogni modo di diffondere mestizia, rabbia, depressione, e istigare anche al suicidio.

Natale è un momento di gioia, ma non edonistica: la nascita di Cristo significa che il combattimento contro le forze delle tenebre giunge alla sua fase decisiva. Infatti la liturgia il giorno seguente, con significativa immediatezza, ci ricorda il primo martire, santo Stefano.

Attorno alla grotta di Betlemme Chesterton vedeva radunate tutte le forze, positive e negative, al centro della storia umana, che dal quel momento sarebbero state cambiate per sempre. Nella notte di Natale “c’era anche una sfida; qualcosa che fa suonare bruscamente le campane a mezzanotte come i cannoni di una battaglia appena vinta”. Il segreto che si celebrava con quella nascita era “la rivolta – e una così oscura rivolta – contro un’enorme e inconscia usurpazione”, quella di tutti i poteri (di qualsiasi colore o casacca, ma sempre più o meno chiaramente ispirati dallo stesso tentatore) che a questo mondo ambiscono a prendere il posto di Dio nella vita dell’uomo.

Il Natale come risposta al male radicale 

“In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio. Egli era, in principio, presso Dio: tutto è stato fatto per mezzo di lui e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste. In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini; la luce splende nelle tenebre e le tenebre non l’hanno vinta. Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo. Era nel mondo e il mondo è stato fatto per mezzo di lui; eppure il mondo non lo ha riconosciuto. Venne fra i suoi, e i suoi non lo hanno accolto. A quanti però lo hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio: a quelli che credono nel suo nome, i quali, non da sangue né da potere di carne né da volere di uomo, ma da Dio sono stati generati. E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi; e noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come del Figlio Unigenito che viene dal Padre, pieno di grazia e di verità” (Gv 1, 1-18).

Questo brano di Vangelo viene letto nel tempo di Natale, l’ultimo giorno dell’anno solare. È il prologo di Giovanni, che ci parla della nuova creazione in Gesù Cristo. Nella liturgia antecedente il Concilio Vaticano II veniva letto al termine di ogni messa. Purtroppo, in seguito se n’è avuta la abolizione. In effetti, era significativo che ogni santa messa si concludesse con questa lettura, che ci parla dell’avvenimento decisivo dell’Incarnazione e della successiva venuta nel mondo del Salvatore.

Con il Natale ci è data la possibilità, finalmente, di contemplare il volto di Dio, di contemplare la salvezza. Nel corso di tutto l’Antico Testamento è ben presente un intenso desiderio di conoscere Dio, di contemplare il suo volto: “Il tuo volto, Signore, io cerco. Non nascondermi il tuo volto” (Sal 27, 8-9).

I profeti più vicini al Dio di Israele, come Mosè o Elia, hanno potuto vedere la sua gloria ma non fu loro concesso di vedere il suo volto: “Farò passare davanti a te tutta la mia bontà […]. Ma tu non potrai vedere il mio volto, perché nessun uomo può vedermi e restare vivo” (Es 33, 19-20).

Ma con la Natività “il Figlio unigenito, che è Dio ed è nel seno del Padre” è venuto sulla terra per raccontarci chi è Dio, sicché possiamo contemplare Dio fatto uomo. Questa è stata la vita di Gesù che leggiamo nel Vangelo: il racconto vivo della nostra relazione con un Dio che è Padre nostro.

Contemplare il volto di Dio, l’Onnipotente fatto Bambino, ci ricorda che abbiamo ricevuto il “potere di diventare figli di Dio”. Un potere di cui il diavolo ha invidia, perché suscita in lui rabbia e frustrazione.

La luce che splende nelle tenebre, di cui Satana si ammanta e si avvolge, è l’inizio della sua sconfitta definitiva. Il Natale è l’inizio della Redenzione, che salva dal male, dal peccato.

Se è vero che la tendenza al male presente in ogni uomo è l’esito del pervertimento del fondamento soggettivo dell’uso della libertà – che consiste nell’elevare a massima suprema del proprio agire la disponibilità a subordinare, all’occorrenza, il motivo dell’obbedienza alla legge di Dio ad altri motivi, ovvero agli interessi delle proprie inclinazioni sensibili – la luce del Natale ci riporta alla condizione di figli di Dio, che è una condizione di libertà.

È la sconfitta della “perversità”, che letteralmente è l’atteggiamento di chi svia, capovolgendolo, l’ordine morale e induce addirittura ad autoingannarsi riguardo alle proprie intenzioni, portando alla perfidia del cuore.

Il Natale è la risposta al Male radicale, una definizione che ha trovato in termini filosofici una delle migliori interpretazioni in Immanuel Kant, il quale ipotizza e descrive l’esistenza di un “male radicale” che va oltre una serie di singoli “mali morali”.

Kant, fermamente convinto dell’esistenza di un’universale tendenza al male, ne dà una giustificazione extra-razionale: deriva da un’interpretazione etica del testo biblico, a partire dalla chiarissima affermazione di san Paolo: “In Adamo tutti abbiamo peccato” (Lettera ai romani, V, 12). Frase che esprime perfettamente, al di là del letterale “Adamo”, i due caratteri propri del male radicale: l’universalità (“tutti”) – il suo essere proprio a tutta la specie umana – e insieme la libertà e la responsabilità individuale dei soggetti morali (“abbiamo peccato”).

Esiste la possibilità di un superamento? Non nel principio protestante della “sola fides”, ma con la Grazia e l’impegno a usare in modo responsabile la libertà concessaci, in vista dell’ideale della perfezione morale.

Nella manifestazione dell’Uomo-Dio si fa strada una possibilità altrimenti impossibile di vincere il male con il bene.

“Riposa nella filiazione divina. Dio è un Padre – tuo Padre! – pieno di tenerezza, di infinito amore. Chiamalo Padre molte volte, e digli – a tu per tu – che gli vuoi bene, che gli vuoi bene moltissimo, che senti l’orgoglio e la forza di essere figlio suo” (Josemaría Escrivá, “Forgia”, n. 331).

Il Natale e la battaglia invisibile. L’adorazione come atto di guerra spirituale 

Il Natale riafferma la centralità e la realtà dell’Incarnazione per ricordare la sua dignità all’uomo insidiato dall’idolatria e dalle ideologie materialistiche, positivistiche e immanentistiche.

Nel Natale si celebra il mistero dell’Incarnazione, il momento in cui Dio si fa uomo nella persona di Gesù Cristo per la nostra salvezza. Questo evento centrale della fede cattolica trasforma la storia dell’umanità e ci invita a rinnovare il nostro rapporto con Dio e con gli altri.

La celebrazione del Natale ha le sue radici negli eventi narrati nei Vangeli di Matteo e Luca.

Questi testi forniscono resoconti dettagliati sulla nascita di Gesù, mettendo in luce l’intervento divino e il compimento delle promesse messianiche.

L’annuncio dell’angelo Gabriele è un momento cruciale perché mostra l’umiltà e la fede di Maria, che accetta il suo ruolo nel piano di salvezza. Il suo fiat (“avvenga per me secondo la tua parola”) segna l’inizio del compimento delle promesse di Dio. Maria collabora attivamente alla Redenzione.

La nascita a Betlemme poi è un momento di umiltà e grandezza: il racconto di Luca (2,1-20) presenta Gesù che nasce in una mangiatoia, in un contesto di povertà e semplicità, e di nascondimento. La sconfitta di Satana non avviene in modo appariscente, trionfale, ma richiede tempo, pazienza.

Il nascondimento, ovvero una scelta di prudenza, trova la sua motivazione nell’episodio dell’adorazione dei magi. Il Vangelo di Matteo (2,1-12) racconta dei magi venuti dall’Oriente, che riconoscono nel bambino un re e un salvatore universale. Questo episodio evidenzia la dimensione universale della salvezza, ricordandoci che Cristo è venuto per tutta l’umanità, senza distinzione e preferenza. L’Incarnazione è un atto di amore divino che vede Dio entrare nella nostra storia, assumere la nostra umanità per redimerla dall’interno. Questo assumere la fragile condizione umana è inconcepibile e insopportabile per il superbo Satana, creatura di origine soprannaturale che ambisce a prendere il posto di Dio, seducendo gli esseri umani perché facciano lo stesso: “Sarete come dei”, sibila il serpente nella Genesi ai progenitori. Questa tentazione luciferina è reiterata in tutto il corso della storia umana. L’Incarnazione mostra un Dio vicino a noi, che non è distante dalle nostre sofferenze e dai nostri limiti, ma li condivide per trasformarli. La condivisione della natura umana è totale, con una eccezione: il peccato. Cristo, così come sua madre, non conosce il peccato.

Non si riflette mai abbastanza su questa realtà: Cristo non solo è privo di peccato, ma ci porta la salvezza da esso. In Gesù, Dio si riconcilia con l’umanità, restaurando la comunione spezzata dal peccato originale. Questo dono ci invita a vivere in riconciliazione con Dio e con i nostri fratelli. Ci offre la possibilità di una nuova creazione, un far nuove tutte le cose.

A Natale celebriamo dunque non solo la sua nascita storica, ma anche la sua presenza continua nella nostra vita e la sua promessa di pienezza nel Regno di Dio. A partire da Natale inizia per i fedeli un compito, che fu riassunto nel motto di san Po X “Instaurare omnia in Christo”, ossia ricapitolare ogni aspetto della vita personale e sociale a Cristo Nostro Signore. Il Natale ci invita a preparare una “mangiatoia interiore” per accogliere Cristo. Ciò implica un esame di coscienza, il pentimento e la volontà di cambiare. La preghiera quotidiana e i sacramenti sono mezzi essenziali per questa preparazione.

Non solo Cristo, ma tutta la Sacra Famiglia di Nazareth ci insegna il valore dell’amore e dell’unità nella famiglia. Il Natale è un’opportunità per riconciliarsi con i propri cari, rafforzare le relazioni ed essere strumenti di pace nelle nostre comunità. Anche questo significa rovesciare la logica luciferina della divisione.

L’etimologia della parola diavolo è esplicita. Il termine “diavolo” deriva dal latino tardo diabŏlus, traduzione fin dalla prima versione della Vulgata (fine IV, inizio V secolo d.C.) del termine greco Διάβολος, diábolos (colui che divide, derivato dal greco διαβάλλω, diabàllo, composizione di dia, attraverso, e bàllo, getto, metto, quindi caccio attraverso, trafiggo, metaforicamente anche calunnio).

Nell’antica Grecia διάβολος era un aggettivo denotante qualcosa, o qualcuno, di calunnioso e diffamatorio; fu usato nel III secolo a.C. per tradurre, nella Septuaginta, l’ebraico Śāṭān (avversario, nemico, colui che si oppone, accusatore in giudizio, contraddittore), reso negli scritti cristiani come Satanas e qui inteso come avversario e nemico di Dio.

Satana è il divisore per eccellenza, il signore dell’ostilità e della contrapposizione. Ogni forma di riconciliazione, di pacificazione, lo disgusta.

Al contrario, la gioia del Natale non dipende dalle circostanze esteriori, ma dalla certezza che Dio è con noi. Condividere questa gioia con gli altri, specialmente con chi è solo o soffre, è un atto di evangelizzazione che risulta insopportabile per il demonio.

Il Bambino di Betlemme e l’odio degli spiriti impuri. Perché Satana odia il Natale

Satana odia il Natale a motivo dell’invidia che lo caratterizza. Questa creatura angelica superba, che non ha voluto accettare l’Incarnazione, lo portò a distruggere l’umanità. E così cerca di fare entrare nostro cuore la gelosia e l’invidia.

L’invidia che muove Satana è quella per la creazione dell’uomo.

Il Principe delle tenebre e i suoi angeli ribelli, esclusi per sempre dalla visione di Dio, provarono un dolore acuto e invidioso nel vedere l’uomo, creato a immagine e somiglianza del Creatore, posto in un Eden di grazia e bellezza. La Sacra Scrittura spiega chiaramente: “Dio ha creato l’uomo per l’immortalità. La morte è entrata nel mondo per invidia del diavolo” (Sap 2, 23-24).

Questa invidia infernale spinse i demoni a tentare l’uomo, per farlo cadere come loro. Ma l’odio non si fermò lì. L’invidia del diavolo si è insediata nell’animo umano sin dall’inizio. Caino e Abele erano fratelli ma la gelosia, l’invidia di uno distrusse l’altro. Ciò che Satana non poteva immaginare era che, attraverso il sacrificio di Cristo, l’uomo sarebbe stato innalzato a una dignità ancora più alta di quella originale. Un mistero profondo che san Paolo riassume così: “Se avessero conosciuto [questa sapienza], non avrebbero crocifisso il Signore della gloria” (1 Cor 2, 7-8).

Satana ha contribuito, senza volerlo, al meraviglioso disegno divino: la redenzione dell’uomo. Ha scritto san Leone Magno: “Abbiamo ricevuto beni maggiori di quelli che abbiamo perduto per colpa del diavolo”.

C’è un ulteriore motivo dell’odio che muove Satana contro Dio e contro l’uomo: è la disperazione del condannato. Egli sa che il suo tempo è limitato. L’ingresso trionfale di Gesù in Gerusalemme e le sue parole prima della Passione lo confermano: “Ora il principe di questo mondo sarà gettato fuori” (Gv 12, 31).

Satana vive nella rabbia bruciante di chi sa di essere sconfitto, come un prigioniero in attesa dell’esecuzione della sentenza. E questa consapevolezza lo rende ancora più feroce: “Il diavolo è sceso sopra di voi con grande furore, sapendo che gli resta poco tempo” (Ap 12, 12).

Questa condizione interiore di disperazione demonica lo spinge a colpire quanto più possibile l’umanità amata da Dio. Tuttavia, il suo regno ha i giorni contati. L’odio di Satana verso l’uomo non è illimitato. È figlio dell’invidia, del fallimento e della sua impotenza dinanzi al trionfo dell’Amore. Gesù ha già vinto. Noi, in lui, non siamo vittime, ma chiamati a regnare con lui.

Anche se il combattimento spirituale continua, abbiamo una certezza: la Croce ha già segnato la fine del male. Sta a noi scegliere da che parte stare.

Nel libro dell’Apocalisse si legge un passaggio decisivo: “Scoppiò una guerra nel cielo: Michele e i suoi angeli combattevano contro il drago. Il grande drago, il serpente antico, chiamato diavolo e satana, fu precipitato sulla terra” (Ap 12, 7-9.12b).

Questo evento celeste segna l’inizio dell’odio profondo di Satana verso l’umanità. L’Apocalisse è l’ultima conseguenza di ciò che ebbe inizio con l’Incarnazione e la venuta al mondo di Cristo Salvatore. Il Natale è un promemoria dell’amore infinito di Dio, che si fa piccolo per essere con noi e mostrarci il cammino verso la pienezza. Un tempo che ci deve ispirare a vivere con gratitudine (sentimento del tutto sconosciuto ai demoni), umiltà e impegno, riflettendo nelle nostre vite la luce di Cristo.

Ogni forma e tentativo di secolarizzare il Natale, di banalizzarlo, di allontanarlo dal suo significato religioso, è opera degli spiriti impuri.

In un mondo segnato dalla divisione e dalla sofferenza, il Natale ci ricorda che la luce di Cristo può trasformare qualsiasi oscurità. Vivere con speranza e trasmetterla agli altri è una potente testimonianza della vittoria sul male.

Paolo Gulisano

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