
“Parole che curano. Perché leggere Giovannino Guareschi fa bene” di Paolo Gulisano trova nell’opera del grande scrittore un tema attualissimo
C’era una volta il medico condotto: pagato dal Comune, sino alla metà degli anni Settanta del secolo scorso prestava assistenza sanitaria gratuita alle persone che non potevano permettersi di pagare un medico “privato”. Quando arrivava in paese, il parroco faceva suonare le campane e c’era speranza per tutti. La riforma sanitaria l’ha poi trasformato in medico di famiglia (o “della mutua”), non più globe-trotter della sanità, ma professionista con studio a giorni ed orari precisi.
Per entrambe le figure, quando qualcuno di casa stava poco bene si diceva “chiamo il dottore”, che puntuale arrivava dopo poche ore, visitava con attenzione, ipotizzava patologie forte di una sapienza che spaziava un po’ su tutto, prescriveva farmaci e anzitutto ascoltava: non aveva fretta di scappare da un altro mutuato e, anzi, non di rado tornava a visitare il malato ”per vedere come va”.
La situazione, lo sappiamo tutti, oggi è cambiata. In peggio. I medici di base, secondo la nuova terminologia, “non hanno tempo”: carichi di pazienti e con la spada di Damocle della denuncia sospesa sopra la testa, da “secondi confessori” (dopo il parroco) e quasi amici di famiglia sono diventati dei passacarte, burocrati della sanità pubblica che non cercano nemmeno più di curare in studio, ma in tanti casi si limitano a compilare “l’impegnativa” con cui rimandano al collega di più alto grado, lo specialista. Se la veda lui.
Un medico come Paolo Gulisano, fra gli ultimi discendenti di quella condotta medica che siamo costretti a rimpiangere pur nella sua limitata efficacia scientifica (ma non umana) nonché saggista, guareschiano di vecchia data, tutto questo lo conosce bene tanto da mandare in libreria per Dream Book Edizioni (2025) un volume che è una sorta di manuale per vivere meglio.
No, niente diete dissociative o vegetariane, ma Parole che curano, col sottotitolo Perché leggere Giovannino Guareschi fa bene. Sorta di ricetta medica senza scadenza, accompagnata dalle straordinarie vignette umoristiche guareschiane apparse perlopiù sul settimanale Bertoldo degli anni Trenta, la ricerca narrativa dell’autore indaga frammezzo alle pagine più o meno note dell’inventore di Peppone e don Camillo per proporci un Guareschi controcorrente (la sua dota migliore, altrimenti non sarebbe amato ancora a distanza di quasi sessant’anni dalla morte), letto dalla gente comune come dai papi (da Giovanni XXIII a Francesco e Leone XIV) e anticipatore dei tempi grami in cui per certi versi ci tocca vivere.
“Più che preoccuparsi dottrinalmente dell’eutanasia – scrive ad esempio Gulisano facendo riferimento ai celebri racconti del Mondo Piccolo – Guareschi ne confutò i principi contrapponendogli quella che si definisce eubiosìa. Se l’eutanasia è la buona morte, con il termine eubiosìa indichiamo piuttosto il suo contrario, il buon vivere. C’è una vita prima della morte e lo scrittore della Bassa ci mostra come viverla, come vivere una vita buona. Una vita che non può essere sempre serena e tranquilla, ma sempre deve essere dignitosa, anche quella di un malato terminale”.
Come in uno dei racconti più straordinari, Cristo nel comò, dove Peppone malato e don Camillo al suo capezzale si confrontano (a modo loro, senza scomodare concetti teologici o scientifici di alto lignaggio che non facevano parte del loro mondo contadino) sulla vita e sulla morte. “Un mondo popolato e vivace, non abitato da solitudini depresse, osservato con benevolo umorismo. Oggi non c’è più neanche quel comò e di notte per trovare la serenità ci affidiamo ai video, ai sonniferi e alle pastiglie di melatonina” scrive Marcello Veneziani sul suo blog.
Ma, cambiato il mondo, Giovannino ha ancora parecchio da insegnarci: “I dottori per guarirvi hanno bisogno di poco: pur che vi possano proibire qualcosa tutto va a posto. L’astuzia sta nel farsi proibire soltanto le cose cui si tiene di meno”.
Riccardo Prando
