
I FATTI DI BELFAST
Faticano a placarsi gli incidenti e le violenze che si sono verificate a partire da lunedì a Belfast e in diverse parti delle province dell’Irlanda del Nord soggette ad amministrazione britannica.
I fatti sono stati raccontati sui media e sui social in maniera spesso impropria e non corretta, tanto che in una conferenza stampa di ierei il Capo della Polizia si è lamentato dei commenti fatti da persone “che nulla sanno dell’Irlanda del Nord”.
Tra le interpretazioni date anche in Italia c’è quella di una popolazione civile “scesa in campo contro l’Islam”. Non è affatto così.
I gravissimi incidenti accaduti sono stati espressioni di una preoccupante forma di xenofobia. A Belfast si è scatenata una caccia allo straniero in quanto tale.
Gruppi di teppisti mascherati sono andati casa per casa di residenti di origini straniere: ne hanno fatto le spese coloro che hanno la pelle scura, compresi indiani, ma anche romeni e slavi.
Sono state date alle fiamme abitazioni e negozi, tra cui quello di un barbiere turco. Molte infermiere degli ospedali di Belfast di origini indiane non si sono presentate al lavoro, chiuse in casa terrorizzate, con conseguenti inconvenienti per l’assistenza sanitaria.
Tutta questa violenza ingiustificata e ingiustificabile, una vera e propria sommossa, compreso l’aver incendiato autobus e automobili, ha ricordato le violenze settarie che hanno funestato per anni questa provincia.
L’odio xenofobo ha le stesse radici nell’odio anticattolico degli estremisti unionisti. Non è un caso che nelle manifestazioni degli scorsi giorni non si siano visti tricolori irlandesi ma le Union Jacks, le bandiere britanniche.
Non è un caso che uno dei quartieri vandalizzati dai teppisti sia stato Ardoyne, una enclave cattolica in una zona fortemente unionista tristemente nota per le violenze settarie, dove i bambini cattolici dovevano andare a scuola scortati. Non è un caso che il nuovo sindaco di Belfast, la cattolica Róis-Máire Donnelly, insediata da pochi giorni, abbia ricevuto minacce di morte, solo per aver invitato la popolazione alla calma, anche se ha dichiarato subito che non si lascerà intimidire dalle minacce di morte.
Purtroppo a Belfast l’estremismo settario non è scomparso del tutto. Un estremismo che arrivò anni fa a produrre i cosiddetti Shankill Butchers, i macellai di Shankill, un popoloso quartiere protestante focolaio di estremismo. Il nome derivava dal fatto che aggredivano dei cattolici, presi spesso a caso, e li sgozzavano con coltelli da macellaio.
Una brutalità efferata, compiuta da persone che si dicevano “cristiane” ai danni di altri cristiani.
La altrettanto brutale aggressione avvenuta a Belfast nei giorni scorsi, dove un immigrato sudanese ha cercato di uccidere Stephen Ogilvie, a sua volta immigrato a Belfast dalla Scozia, è certamente un atto criminale gravissimo, di cui l’immigrato – prontamente arrestato dalla polizia e già comparso per la prima udienza in tribunale, dovrà rispondere alla giustizia britannica.
Tuttavia esattamente è questa la via da seguire, non cercare di farsi giustizia sommaria, scatenando il proprio odio su persone innocenti. E’ scorretto leggere l’episodio di Belfast come espressione di una sedicente mancata integrazione e della penetrazione silenziosa di ideologie radicali islamiche.
Nell’Irlanda del Nord la percentuale di musulmani è dello 0,5%. Difficile con questi numeri sostenere la tesi della “invasione islamica”.
Le istitituzioni devono quindi essere sostenute nel loro lavoro per il bene della comunità, anche nel prevenire la criminalità.
La pace a Belfast tra cattolici e protestanti, tra repubblicani e unionisti, è stata raggiunta nel corso degli anni con grandissima fatica.
Ora davvero non si vorrebbe vedere la nascita di un nuovo razzismo. Per tale motivo è necessario un grande impegno anche di tipo culturale.
Paolo Gulisano
