Se gli ospedali diventano bersagli

LIBANO: LA TRAGEDIA DEL PAESE AGGRAVATA DAL “MEDICIDIO” SELETTIVO

Il dramma del Libano, da due mesi sotto duri attacchi delle forze armate israeliane, si sta ulteriormente aggravando a causa di una precisa scelta strategica del Governo di Tel Aviv: colpire le strutture di assistenza sanitaria, e colpire gli stessi operatori sanitari, medici e infermieri.

Israele non si limita a condurre una lotta contro formazioni politiche e militari, ma contro la popolazione civile, e contro quelle persone che si dedicano alla cura dei malati.

E’ un tipo di strategia che è già stata sperimentata nella striscia di Gaza.

Provate a immaginare una città come Milano privata di 1.500 operatori sanitari: ospedali e medicina territoriale al collasso, impossibilità di garantire i servizi essenziali. E’ quello che è accaduto a Gaza, che ha un numero di abitanti – due milioni- pari a quello di Milano con il suo hinterland. Ma mentre Milano vive in pace, Gaza è sotto bombardamenti continui che provocano morti e feriti, e interruzioni di acqua, nonché di approvvigionamenti di farmaci salvavita.

L’accanimento contro medici e infermieri, e anche contro strutture sanitarie, e perfino ambulanze, va ad aggiungersi ai crimini di guerra già in atto da tempo contro le popolazioni civili: uccisioni, torture, stupri.

Attualmente il 94% degli ospedali della Striscia sono danneggiati o distrutti e

ci vorranno anni per ricostruire gli ospedali, ma ancora di più per ricostruire la capacità professionale del sistema sanitario.

Molti dei medici assassinati erano primari, professionisti esperti, persino un Preside di Facoltà.

Questa strategia, l’uccisione sistematica del personale medico e

di cura, è ora applicata anche in Libano.

Dall’inizio delle operazioni militari nel sud del Libano quattro ospedali e 51 centri di assistenza sanitaria primaria sono stati colpiti e sono ora chiusi, limitando in modo significativo l’accesso alle cure essenziali in un momento in cui sono più necessarie. Diverse altre strutture sanitarie hanno subito danni parziali e operano a capacità ridotta.

Più di 60 operatori sanitari sono stati uccisi e 120 feriti.

A questa tattica che contravviene a ogni regola di ingaggio bellico e al diritto umanitario è stata data un nome: Healthocide, che si potrebbe tradurre Medicidio, ma che letteralmente significa guerra alla salute.

Un termine impiegato per descrivere l’eliminazione deliberata e sistematica delle infrastrutture sanitarie, del personale medico e delle risorse mediche.

Gli operatori sanitari sono protetti dal diritto internazionale umanitario e non dovrebbero mai essere presi di mira, ma in  anni recenti stiamo assistendo ad un imbarbarimento dei conflitti, e medici, ospedali e strutture sanitarie sono finiti nel mirino con una frequenza allarmante, anche nei conflitti in Africa, nella Repubblica del Congo e in Sudan, ma la distruzione sistematica del sistema sanitario dei propri avversari da parte di Israele ha raggiunto livelli senza precedenti.

In pratica Israele induce volutamente un collasso del sistema sanitario con bombardamenti, uccisioni mirate e attacchi sulla macchina dei soccorsi. Infatti la strategia definita double-tap prevede un primo attacco che colpisce i civili, seguito da un secondo bombardamento a distanza di pochi minuti, diretto contro le squadre di emergenza venute in soccorso. E’ in questo modo che si creano le condizioni per far uscire allo scoperto dei sanitari e colpirli.

In questo modo i danni alla popolazione, in termini di decessi per malattie non curate, mancati interventi di prevenzione, mancata assistenza al parto, mancate diagnosi strumentali, aumentano ulteriormente la morbilità e la mortalità e indeboliscono la popolazione.

Alle vittime della guerra si dovranno aggiungere i morti per tumori o malattie cardiovascolari non curati, per infezioni, per malattie croniche non più assistite. Uno stillicidio crudele e disumano, che si proietta anche sulle generazioni future.

Paolo Gulisano

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