DALL’ORATORIO AL TETTO D’EUROPA

DALL’ORATORIO AL TETTO D’EUROPA: LA BELLISSIMA FAVOLA DEL CELTIC DI FRA WALFRID

Lo scrittore Paolo Gulisano, firma nota ai lettori di Informazione Cattolica, ha realizzato una nuova opera, da pochi giorni in libreria: Dio palla e famiglia. Editrice Ancora. 

Si tratta di un  libro su una figura poco conosciuta, l’irlandese Fra Walfrid, tra le altre cose fondatore di una squadra di  calcio che invece è notissima: il Celtic di Glasgow.

Un libro che parla di  sport, di calcio, ma anche di fede, di storie drammatiche come la Grande Carestia che colpì l’Irlanda a metà dell’Ottocento, che fece un milione di morti  e che costrinse centinaia di migliaia di persone a lasciare il Paese, emigrando nel continente americano ma anche in Inghilterra e Scozia, in particolare nella città di Glasgow dove poi Fra Walfrid, nel 1887, avrebbe fondato il club bianco verde che sarebbe poi diventato una squadra straordinaria, in grado di diventare nel 1967 Campione d’Europa. 

Paolo Gulisano, medico e scrittore, e scopriamo ora essere anche un grande appassionato di sport… 

Da sempre sono stato un grande appassionato di sport, in particolare di Basket e atletica, che ho praticato, ma anche di calcio. Il calcio, si sa, è lo sport più popolare del mondo. 

Si dice che il calcio divide, ed è causa di discussioni e litigi…

In realtà non è lo sport in sé a creare queste polemiche: è il tifo, e non lo sport, che divide. Lo sport unisce, anche in tempi come questi dove gli interessi economici sembrano prevalere su tutti valori. Il calcio unisce. 

Ci sono tante storie belle relative a questo sport, storie di generosità, di fair play…

C’è una storia in particolare, che ho voluto raccontare  e che sembra una bella favola, quella di una squadra nata come una sorta di “squadra dell’oratorio”, per iniziativa di un religioso, che un giorno divenne Campione d’Europa. 

Come nacque questa favola? 

Nel novembre del 1887 venne fondato in uno dei più poveri quartieri di Glasgow, in Scozia, il Celtic Football Club. Il Celtic, destinato in seguito a diventare uno dei più prestigiosi club calcistici al mondo. Il, era stato fortemente voluto da  Fratello Walfrid, un religioso Marista, originario della Contea irlandese di Sligo e poi trasferito a Glasgow, una città che,  dalla metà dell’800, aveva accolto decine di migliaia di irlandesi che cercavano lavoro, sfuggendo alla miseria che imperversava sulla loro terra, e che ricoprivano i ruoli più poveri: minatori, muratori, operai nelle fabbriche di una delle più grandi città industriali del regno. Vivevano in tuguri, in quartieri-ghetto, discriminati per la loro fede cattolica. Solo la Chiesa era accanto ai loro bisogni, attraverso la presenza di sacerdoti e religiosi, che con grandi sacrifici diedero vita a strutture parrocchiali, a chiese e scuole.

Come operava Fra Walfrid? 

Fra Walfrid insegnava nelle umili scuole parrocchiali, fondò anche istituti, senza alcuna sovvenzione pubblica, ma si rese conto che nei vicoli di Glasgow, nelle case malsane e sovraffollate, c’era un bisogno precedente a quello, pur importantissimo, dell’istruzione: mancava il pane. Walfrid stesso aveva conosciuto nella sua infanzia la carestia, la fame, e a soli quindici anni aveva dovuto emigrare in Scozia. Ora, da religioso, rivedeva le scene cui aveva assistito anni prima in Irlanda: vide gente cui mancava il necessario, madri che non riuscivano a sfamare i propri figli, malati privi di cure. Così decise di affiancare all’attività di insegnante un infaticabile impegno di aiuto ai poveri. Fu così che alla fine del 1887 ebbe una geniale idea: il Football in Scozia era diventato già una realtà importante. Le partite di squadre come i Rangers, gli Hearts of Midlothian, gli Hibernians di Edimburgo richiamavano già migliaia di spettatori. Pensò dunque che si sarebbe potuto fondare una squadra, lì, tra le periferie di Glasgow, con l’aiuto di qualche parrocchia, una squadra gli incassi delle cui partite sarebbero serviti per sostenere i poveri, per portare cibo sulle loro tavole. Nel novembre del 1887 fra Walfrid si incontrò nei locali della parrocchia di St. Mary, nel cuore dell’East End, la parte più povera della città, e insieme ad alcuni laici di buona volontà, gli esponenti più significativi della comunità cattolica, fatta da qualche proprietario di pub, di qualche operaio diventato impresario edile, e di un medico dal cuore grande che curava gratuitamente i suoi poveri pazienti, fondò il Celtic Football Club. 

Questo nome aveva un particolare significato? 

Certamente. Il nome della nuova squadra, Celtic, fu scelto dallo stesso Fra Walfrid per richiamare le radici storico-culturali di natura celtica delle popolazioni scozzesi e irlandesi.  

Le comunità cattoliche di Glasgow erano formate dal piccolo nucleo di scozzesi autoctoni che avevano resistito alle persecuzioni scatenate contro di loro a partire dal Sedicesimo secolo, e dagli immigrati irlandesi. 

Walfrid volle un nome che fosse significativo anche per gli scozzesi, cugini gaelici degli irlandesi. Un termine che indicasse una appartenenza, ma che non fosse strettamente confessionale o discriminante. Il sodalizio venne etichettato come “la squadra dei cattolici”, ma in realtà fin dai primi tempi l’appartenenza al team non era preclusa a nessuno, indipendentemente dalla propria confessione religiosa, a differenza dei Rangers, la squadra dei protestanti unionisti, che praticò per oltre un secolo l’apartheid nei confronti di giocatori cattolici. 

Da squadra “dell’oratorio”, il Celtic divenne una squadra professionistica a tutti gli effetti,conseguendo grandi successi…

Esatto. Il tutto però senza mai dimenticare però gli scopi e le finalità per cui era stata fondata. Durante il corso della storia, la finalità della squadra biancoverde di raccogliere fondi, attraverso partite e tornei, da destinare alle opere di carità non è mai venuta meno, così come l’essere un punto di riferimento, attraverso bandiere, canti e iniziative parallele, per le comunità irlandesi presenti in tutto il mondo. Con le sue vittorie il Celtic diede alla comunità irlandese in Scozia e in tutta la Gran Bretagna l’orgoglio di una appartenenza e di una identità, e il sapore dolce della vittoria per un popolo già abbastanza vinto e umiliato. 

Per finire, una spiegazione sul titolo del  libro

C’è un antico motto Dio, Patria e famiglia, che agli occhi di molti è diventato superato. Recentemente anche un prelato, il vescovo di Ascoli, in una dichiarazione abbastanza confusa, ha dichiarato che questo motto non va bene. In effetti ai nostri tempi di globalizzazione e di sradicamento il concetto di Patria è diventato piuttosto incerto. I Vandeani perseguitati dalla Rivoluzione Francese lo avevano ben chiaro: la Patria è ciò che abbiamo sotto i nostri piedi, mentre gli intellettuali ce l’anno nel cervello. Abbiamo bisogno di appartenenze vere, autentiche, e una squadra come il Celtic, che rappresenta popoli e identità, può essere una di queste, insieme ai valori di fede. Per questo Dio palla e famiglia mi è parso il titolo più adeguato per questo libro. 

Matteo Orlando

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