
Chi ama il calcio certamente conosce il Celtic di Glasgow, la squadra scozzese dalla tipica maglia a righe orizzontali biancoverdi e con il simbolo del quadrifoglio, segno del legame con l’Irlanda.
Espressione della comunità cattolica, e dunque irriducibile rivale dell’altra squadra di Glasgow, i Rangers, associata alla parte protestante e unionista, il Celtic ha vinto la bellezza di cinquantasei titoli scozzesi (uno in più dei Rangers) e un’infinità di altri trofei, tra i quali spicca la Coppa dei Campioni del 1967, conquistata, ahimè, ai danni della mia Inter, in un pomeriggio portoghese (la finale si giocò a Lisbona) che segnò la fine del ciclo della Grande Inter di Helenio Herrera.
Unica squadra scozzese ad aver vinto la massima competizione europea, il Celtic attualmente fatica a mantenersi al livello delle sue mitiche formazioni del passato, segnate dalle gesta di giocatori come Tommy Gemmell, Billy McNeill, Jimmy Johnstone, Kenny Dalglish e Bobby Lennox. Pochi giorni fa, la squadra è incappata in un crollo storico perdendo per cinque a uno contro gli austriaci del Linz e vedendo così sfumare la possibilità di partecipare alla Champions League (e pensare che all’andata gli scozzesi avevano vinto tre a zero). Ma il fascino dei biancoverdi, del loro stadio sempre strapieno (il Celtic Park) e del derby con i Rangers (da quelle parti si chiama Old Firm) resta inalterato.
Anche se mi ha dato un gran dispiacere (nel 1967 avevo nove anni e alla fine della partita persa a Lisbona dall’Inter per due a uno, e seguita alla televisione in bianco e nero, versai qualche lacrima) provo una certa predilezione per il Celtic, come per tutto ciò che sa di cultura celtica. È il motivo per cui nel basket tifo per i Boston Celtics (a proposito, consiglio il libro “Dinastia Celtics” di Lew Freedman) e cerco di leggere tutto ciò che mi capita a tiro su The Celts e la loro storia.
Ecco perché tempo fa ho gustato “Il prodigio di Lisbona” dell’amico Paolo Gulisano, autore ben noto a tutti voi lettori di “Duc in altum”, e ora vi consiglio il suo nuovo libro a tinte biancoverdi: “Dio, palla e famiglia. Fra Walfrid e la nascita del Celtic Football Club”.
Medico e scrittore, Paolo Gulisano è un appassionato di football e basket oltre che cultore della storia britannica, soprattutto per quanto riguarda la componente cattolica. Era dunque inevitabile che si interessasse al Celtic, e in questa sua nuova opera va alle origini del club narrando la storia del fondatore, quel Fratel Walfrid, frate marista di origini irlandesi, al secolo Andrew Kerins, che nel 1887, allo scopo di raccogliere fondi per i cattolici poveri dell’East End di Glasgow, ebbe l’ottima idea di fondare il Celtic Football Club.
Mai dimenticato dai tifosi biancoverdi (nei pressi del Celtic Park c’è una scultura che lo mostra con tonaca e croce pettorale), Brother Walfrid nacque a Ballymote, un villaggio della contea irlandese di Sligo nel nord-ovest dell’Irlanda, e nel 1870 la sua congregazione lo mandò in Scozia come insegnante alla St. Marys School e poi alla Sacred Heart School.
I poveri e gli orfani irlandesi di cui occuparsi, arrivati in Scozia a causa della grande carestia (an gorta mor in gaelico irlandese) che colpì l’isola verde (1845-1849) di certo non mancavano in quei tempi grami. La distruzione dei raccolti di patate spinse oltre un milione di persone a fuggire dalla fame, e Glasgow divenne la meta più economica e accessibile via mare.
Gli immigrati vivevano nei tenements, appartamenti fatiscenti, spesso senza servizi igienici, con tassi altissimi di mortalità infantile e malattie come il tifo. A loro, nella Scozia protestante, erano riservati i lavori più duri, pericolosi e meno pagati (manovali, scaricatori di porto, minatori). In una condizione di autentica segregazione (gli irlandesi erano accusati di rubare il lavoro ai locali) la Chiesa cattolica divenne il punto di riferimento obbligato, e fu in questo contesto, sotto molti aspetti drammatico, che il frate marista ricorse al football sia per raccogliere fondi con il ricavato dei biglietti per le partite sia per facilitare la promozione sociale di giovani altrimenti condannati a restare ai margini della vita sociale.
La Poor Children’s Dinner Table (rete die mense per i bambini poveri) poté svilupparsi anche grazie al calcio, e giocare nel Celtic divenne un motivo di orgoglio in una comunità emarginata e sfruttata.
Il calcio era in pieno boom, suscitando grandi passioni specie tra la classe operaia urbana. Negozianti e gestori di pub, con l’aiuto della Società San Vincenzo de Paoli e di altri gruppi cattolici, appoggiarono il progetto di Brother Walfrid, e fu così che il Celtic da “squadra di oratorio” divenne in breve tempo un punto di riferimento capace di unire le diverse componenti della comunità cattolica irlandese di Glasgow.
È una bella storia, affascinante e istruttiva, e nessuno come Paolo Gulisano – che fra l’altro nella sua Lecco ha fondato il Celtic Supporters Club – avrebbe potuto raccontarla meglio.
Quindi, sia pure a denti stretti in quanto interista incallito, dico: grazie Paolo e forza Celtic!
Paolo Gulisano
