Archivi tag: Alessandro Gnocchi

Viaggio dentro la mitezza. Con Gnocchi e Gulisano

Una volta ho scritto un “Elogio dell’ingenuità” che però non ho mai pubblicato. L’ho qui nel cassetto, ogni tanto lo tiro fuori ma poi lo ripongo. In quel testo parto dall’etimologia (ingenuo viene da ingenuus, ovvero nativo, naturale, per cui l’ingenuus era anche il nato libero) per sostenere che, nel mondo che esalta la furbizia, l’ingenuo è il solo vero rivoluzionario. Solo che ingenuo, ormai, ha per tutti un connotato negativo difficile da scalfire. L’ingenuo non è l’uomo libero, sincero e schietto, ma il credulone, lo sprovveduto, lo sciocco sventato che si lascia raggirare. E così le mie pagine restano nel cassetto, perché sono quasi sicuro che non sarebbero capite.

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Alessandro Gnocchi: il pellegrinaggio di un autentico cristiano

Da tempo ero tra i pochi a conoscenza del passaggio di Alessandro Gnocchi all’ortodossia, ma naturalmente, per rispetto della sua sfera intima, mi sono guardato dal parlarne qui. Ora però l’amico Alessandro ha raccontato la sua vicenda in un libro e, come avrete letto, alcuni frequentatori di Duc in altum ne hanno accennato nel corso dell’ampio dibattito che si sta sviluppando nel blog su cattolici e ortodossi. È dunque benvenuta la recensione del libro di Gnocchi da parte di un altro carissimo amico, Paolo Gulisano, che ci introduce in quello che Alessandro chiama il suo “pellegrinaggio a Oriente”. A.M.V.

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Abbiamo uno straziante bisogno di uomini buoni

Abito in una casa di collina e userò la macchina tre volte al mese. E, sempre come Battiato in Giubbe Rosse, con duemila lire di benzina scendo giù in paese, attento a evitare le lucertole che attraversano la strada. Poi, lungo il crinale del mio Monte Canto, più discreto di quello dell’Etna, mi fermo in prossimità dei boschi e ne ascolto la voce: che è anche voce umana, voce del lavoro di chi porta ordine là dove la natura continua ad averne bisogno. A sentirlo appena un poco da lontano, il mormorare dei piccoli motori a scoppio, delle accette, dei segnali e degli ordini in dialetto laconico e gutturale prende una cadenza, quasi una melodia, capace di consolare quanto lo scampanìo che viene dall’altra parte della valle dell’Adda. È la voce di qualcosa di buono che permane nonostante tutto.

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